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martedì 21 luglio 2026

IL RITORNO DALLA MISSIONE DI P. FERMO BERNASCONI – INTERVISTA

 

Come leggi l’attuale situazione della chiesa italiana e dei giovani?

Sono in Italia da 12 anni. Nelle parrocchie la maggior parte delle persone sono anziane. C’è un gran parlare di ministerialità, di sinodalità ma non è che veda grandi cambiamenti dal punto di vista dell’agire. Ci sono troppi preti e cristiani che rimangono in silenzio, anche di fronte a eventi illegali – dal punto di vista del diritto internazionale – come quelli della recente guerra nella penisola araba. C’è un po’ un ritorno a trappole liturgiche, a ritualità vuote e sembra ci sia paura nell’aiutare le comunità cristiane a prendere coscienza, a divenire spirito critico nella società. Riguardo ai giovani, l’impressione che ho è che non sappiamo intercettare i loro desideri autentici: noi riteniamo di sapere cosa dare, in modo un po’ supponente, ma non siamo in grado di ascoltare e provocare le domande. C’è tantissima sensibilità da parte dei giovani, ma bisogna saper creare un’armonia tra l’esperienza di Fede e l’esperienza di impegno sociale, che non sono mai disgiunte. Come chiesa, forse, abbiamo commesso questo errore: abbiamo dato per scontato il nostro essere cristiani ma il cammino di evangelizzazione è quotidiano. Papa Francesco scriveva che “dobbiamo essere un pastore che sta davanti al gregge, che sa stare in mezzo e sa stare anche dietro il gregge”, saper guidare, lasciarsi guidare e stare con gli ultimi.

A cura di Roberto Radice 5 marzo 2026 – Mondo Aperto – Periodico Missionari Comboniani

domenica 26 febbraio 2023

IL SOLITO PROVOCATORE

 


Si sente parlare spesso di comunità, di cittadini, ma noi, ci conosciamo? Solo i ragazzi e i giovani si conoscono in tanti e abbastanza bene da condividerne idee e speranze, agli adulti è noto solo qualche anagrafica, e poco più.

Noi adulti abbiamo ereditato l’omertà e ci destreggiano tra i nostri simili cercando di mantenere sempre quel poco di vantaggio che ci permetta, tacendo, di ottenere qualche beneficio. Non occorre molto per dimostrarlo. I nostri politici locali, ad esempio, è da decenni che si presentano con un programma alle elezioni senza mai aver fatto sentire la loro voce durante il quinquennio (a parte qualche comunicato). Negli altri paesi è lo stesso. Quindi che ne sappiamo delle persone che chiedono il nostro voto? Tutti cercano di mostrare il loro specchietto delle allodole con lo scopo di coprire gli altri candidati che, presi uno ad uno, sconosciuti circa i loro interessi e le loro opinioni, non sarebbero mai eletti, ma dietro lo specchietto …

Non è forse vero che la nostra scelta elettorale si basa più sull’amicizia che sulle capacità? Sulla simpatia e non sulle idee? Sul possibile tornaconto anziché sul dinamismo propositivo del candidato?

Siamo ritornati ai tempi delle crociate! Ognuno è buono e gli altri sono cattivi. Ma ogni “buono” continua a fare errori, qualunque sia la sua casacca. Nessuno è buono se non è aiutato ad esserlo dagli altri, buoni e cattivi. Ma perché questa speranza si renda possibile è necessario che la famiglia e la scuola promuovano a pieni voti il confronto dialettico tra le persone come metodo salutare di integrazione, di rispetto e, quando possibile, di collaborazione.

Abbiamo promosso invece i social a mezzo di comunicazione di massa, col risultato di farci trascinare dall’onda dei like invece che da ragionamenti messi a confronto. Se oggi non c’è più un valido e battagliero Movimento studentesco” vuol dire che tutta la società si è seduta ad aspettare che il mondo politico torni ad infiammare i suoi elettori rimpossessandosi dei sani ideali dei quali è stato un tempo portatore. Infatti, sei elettori su dieci non vanno a votare.

Si dirà che votare è un dovere civile. Vero, ma non lo è altrettanto (e in modo maggiore) quello del politico di dare soluzioni ai problemi del proprio Comune e del proprio Paese? Non si dovrebbero preoccupare i politici della loro scarsa rappresentanza? Invece che fanno? Contenti di aver conquistato il “potere” fanno di tutto per conservarlo continuando le loro “beghe” e lasciando i problemi senza soluzione. Pensano forse che le persone non si rendano conto di quanto siano irrealizzabili talune promesse elettorali? Possibile che non comprendano che il cittadino ha bisogno di essere rassicurato da progetti concreti che tengano conto della nostra fragilità economica?

Ecco, quindi, che il nostro dovere sarebbe quello di sollecitare la Politica a trasformare i titoli in soluzioni, iniziando da quelli che hanno la priorità. Favorire le nascite significa agevolare le famiglie in modo adeguato con asili nido e sostegni; aumentare l’occupazione significa avvicinare la scuola professionale alle aziende favorendone l’integrazione con aiuti adeguati; sviluppare l’economia significa finanziare la ricerca e pagare meglio i ricercatori (per avere ricercatori validi occorre premiare le capacità e il merito degli studenti); avere una buona sanità significa avere medici in misura sufficiente per coprire la rete dei servizi; per evitare i disastri ecologici non basta la burocrazia ma i controlli sul territorio e interventi per mettere in sicurezza le zone a rischio; ecc…

Naturalmente queste cose sono note, ma la risposta lo è altrettanto: “Non ci sono i fondi”. Verrebbe da ridere, se non fosse tragico e fonte di tragedia per tante persone; nei programmi elettorali vengono spesso introdotte voci per spese aggiuntive (Flat tax, abbassamento dell’età pensionabile, asili gratuiti per tutti, riscatto gratuito della laurea, per esempio), oscurando i capitoli più importanti e prioritari per il cittadino medio.

Quando rivedremo i rappresentanti politici sedersi al tavolo tra i loro elettori a parlare del loro impegno riguardo ai punti del programma con il quale sono stati eletti, allora la speranza che il “Palazzo” si avvicini al cittadino sarà concreta. Fino ad allora, cari politici, non vi conosciamo!

domenica 19 febbraio 2023

DOTE DI ETERNITÀ

 


Ancora una volta la naturalezza della vita mi ha dato una lezione da non dimenticare. In mattinata (18/2/2023) mi sono recato all’Ospedale Civile di Brescia per partecipare all’inaugurazione di una nuova ala, finanziata dall’AIL attraverso i suoi sostenitori, per i pazienti affetti da malattie del sangue, leucemia, ma non solo. 

Camici bianchi e un buon numero di rappresentanti delle varie associazioni sostenitrici del progetto, si sono radunati nell’atrio del 4° piano della Scala 2 per la benedizione e il taglio del nastro da parte del Vescovo Pierantonio Tremolada. 

La presentazione da parte del dott. Navoni dei risultati ottenuti grazie alla generosità di molti, si è svolta in modo molto semplice e famigliare, come del resto tutta la cerimonia. Ma quello che più mi ha colpito è stata l’atmosfera che quell’evento ha portato con sé. Mi ha indotto a pensare che anche tutti gli altri momenti d’incontro tra queste persone (io faccio eccezione perché presente solo formalmente) ripeta le medesime sensazioni. Il sorriso, l’interessamento misto di leggera tristezza, ti fa sentire subito partecipe, uno di famiglia. 

Questo disinvolto atteggiamento si è reso possibile perché il dolore provocato dalla malattia di un congiunto (o per sé stessi) ha fatto cadere quelle barriere delle quali ci circondiamo per difenderci, o per non fare spazio agli altri. Il dolore ci rende tristi ma, nello stesso tempo, ci fa allargare lo sguardo sulle relazioni autentiche e ci apre il cuore verso chi è nel bisogno. È una forma di compensazione naturale, una sorgente di umanità, la ricerca di quello che è essenziale nella vita, che va oltre la malattia. 

Questo è l’insegnamento: bisogna vivere per quello che conta veramente. 

Un paziente oncologico, dopo aver osservato a lungo il comportamento delle persone, disse: “Vivono come se non dovessero morire mai!” Quanta verità in questa breve frase. Lui che sapeva di avere il tempo contato, aveva estratto dalla vita le cose essenziali: l’amore per chi era disposto a stargli accanto, il desiderio di trasmettere agli altri la propria voglia di vivere, la bellezza di un sorriso contagioso, la spontaneità dei bambini, le meraviglie della natura, afferrare a piene mani ogni momento che rimane da vivere. 

Dispiacerà alla categoria, ma se la maggior parte della popolazione mondiale imparasse a vivere così, psicanalisti e psichiatri chiuderebbero bottega. Inoltre, in mancanza di persone “perse” verrebbero a mancare i provocatori di guerre, piccole e grandi, e su tutto il pianeta splenderebbe un arcobaleno di pace. 

Utopie? No! È un sogno che solo le persone che hanno conosciuto il dolore realizzano dentro sé stessi, una dote di eternità.

domenica 8 gennaio 2023

LA NOSTRA SANITA'

 



Il servizio sanitario italiano fornisce ai cittadini una copertura universale, in gran parte gratuita, oltre a una serie di servizi per persone affette a malattie croniche, completamente coperti.

Il cittadino italiano contribuisce al costo delle prestazioni sanitarie pagando il ticket, introdotto nel 1982. Questa è la teoria. La realtà, nel nostro Paese, sta assumendo forme che guardano agli Stati Uniti, pur nella sostanziale differenza tra i due servizi sanitari.

In pratica, anche in Italia, la spesa sanitaria, quella che il cittadino deve pagare di tasca propria, è in costante ascesa. Dall’ultima rilevazione della Ragioneria generale dello Stato, risulta che gli italiani per curarsi, oltre al ticket, pagano direttamente oltre 37 miliardi di euro, con la Lombardia al primo posto. Elementi che confermano sempre più i timori e le preoccupazioni del cittadino per il suo futuro “sanitario” così come si prospetta all’orizzonte.

Rimane forte l’amarezza nel ritenere che la spesa di tasca propria sia la più grande forma di diseguaglianza nella sanità, poiché mette i cittadini nella condizione di accedere alle cure solo in ragione della propria capacità reddituale, facendo venir meno i principi alla base del Servizio Sanitario Nazionale. Quel Servizio nato nel 1978 e di cui amiamo farci vanto con il resto del mondo.

I principi vengono meno quando sei sostanzialmente costretto a pagare una visita o un esame diagnostico di tasca tua perché le prima data disponibile con il Servizio nazionale è al di là di ogni possibilità di attesa.

Vengono meno quando la spesa sanitaria riconosciuta agli anziani ospiti nelle RSA non è sufficiente a garantire prestazioni adeguate alla loro fragilità.

Vengono meno quando nelle stesse RSA convenzionate i posti letto non sono sufficienti a dare risposta in tempi ragionevoli e le famiglie, che non sono più in grado di affrontare il peso di un’assistenza che deve essere qualificata e devono ricorrere a strutture non convenzionate con costi proibitivi. E chi non ha un reddito adeguato deve arrangiarsi.

Chi mai dovrebbe portarci come esempio?

Tratto da un articolo di

Anna Della Moretta

mercoledì 16 novembre 2022

GESÚ VOLEVA DIRE QUELLO CHE HA DETTO?

         “Uscito sulla strada, un tale gli si avvicinò e gli disse: - Maestro, che cosa devo

 fare di buono per avere la vita eterna? – Gli disse Gesù: - Perché mi interroghi

su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i

comandamenti – Gli chiese: - Quali? – Gesù rispose: non uccidere, non com-

mettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua

 madre e amerai il prossimo tuo come te stesso – Il giovane gli disse: - Maestro,

tutte queste cose le ho osservate; cosa mi manca? – Gli disse Gesù: - Se vuoi

 essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro

nel cielo; poi vieni e seguimi! – Udite queste parole, il giovane se ne andò triste;

possedeva infatti molte ricchezze.

Gesù allora disse ai suoi discepoli: - In verità io vi dico, difficilmente un ricco

entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per

la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio – A queste parole i disce-

poli rimasero molto stupiti e dicevano: - Allora chi può essere salvato?

– Gesù li guardò e disse: - Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è

 possibile –

Matteo,19-16,26

 

Gesù voleva dire veramente quello che ha detto, o era una provocazione per farci capire quanto dobbiamo sentirci staccati dalla ricchezza?

Nel discorso della montagna vi è, purtroppo per noi uomini, pieni di noi stessi, la conferma che le sue parole non sono semplice provocazione ma consigli esistenziali. Questo discorso, così preciso e particolareggiato, ci pone davanti a una scelta: o il Regno o la distruzione.

 

“… Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un

uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono

i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché

era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in prati-

ca, sarà simile ad un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la

pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa

cadde e la sua rovina fu grande.

Matteo,7-24,27”

 

Molte altre letture del Vangelo conducono alla medesima conferma, all’indicazione precisa di quello che siamo chiamati a fare su questa terra.

E adesso? Cosa facciamo dopo questo insegnamento? Dare tutto ai poveri? Non ci riusciremo mai senza il Suo aiuto.

 

“Ma ogni persona è chiamata a sentirlo e a viverlo nel modo che Dio dispone, unico per ciascuno, secondo le situazioni e secondo la grazia fornita da Dio. E noi dovremmo procedere lentamente, pregando, ragionando e prestando attenzione all’influenza possibile delle nostre scelte sugli altri.

Nel braccio della morte di Dale Recinella”

Abbiamo però alcuni punti di forza da sfruttare: primo, l’abbandonarsi fiduciosi a Dio perché sia Lui a lavorare in noi; secondo, dedicarci alla preghiera, in qualsiasi modo rivolta, purché sia con trasporto e amore; terzo, un po’ di digiuno può purificare spiritualmente e renderci più attenti ai segni che ci manderà; quarto, Spirito Santo vieni in nostro aiuto, sia la giaculatoria più ricorrente.

Quindi, stabilito che Gesù ha voluto dire proprio quello che ha detto, abbandonati a Lui saremo portati a compiere le gesta che di volta in volta ci indicherà. Dobbiamo solo avere fede e prestare ascolto ai segnali che troveremo lungo il nostro cammino.


lunedì 14 novembre 2022

QUANTO VALE DIO PER ME?

 

Continua la riflessione personale sugli aspetti spirituali della vita, senza pretesa di insegnare a nessuno.  Semmai di imparare, se qualcuno volesse contestare qualcuno (o tutti) i concetti esposti. Sarei ben lieto di aggiungerli in calce come contributo alla discussione.

 

IL SACRO

Fino a che punto arriva la nostra percezione del sacro? Qualcuno potrebbe a sua volta chiedersi: “Ma che domanda è? Se una cosa è sacra, è sacra”. In verità non è una domanda così pellegrina. Quando uno di noi viene invitato a casa di qualcuno, la prima cosa che fa è salutare il padrone di casa e ringraziare per l’invito. Siamo sinceri, facciamo lo stesso quando entriamo in una qualsiasi chiesa? Molti non fanno nemmeno la genuflessione. Distrazione, naturalmente e … abitudine, cosa che non succede con gli umani. Il nostro rapporto con la trascendenza è, spesso, vissuto come magia, come un qualcosa che non dipende da noi, che ci sfugge. Ma così il sacro non diventa profano? Se Dio fosse uno spirito irraggiungibile vani sarebbero tutti i nostri ragionamenti per metterci in comunicazione con Lui. Che ne sarebbe di noi? Chi andrebbe in Paradiso e chi all’inferno? Ma noi abbiamo ricevuto il Suo insegnamento attraverso Gesù e sappiamo che ha annunciato un Regno di gloria per tutti quelli che vogliono stare con Lui osservando i Suoi Comandamenti.

Ecco perché il primo passo è quello di onorare il Tabernacolo e Quello che contiene. E poi rispettare le immagini sacre e i Ministri che costituiscono l’anello tra Cielo e Terra.

 

LA PAROLA

Il Vangelo ci parla di come dobbiamo essere oggi per essere graditi a Dio. Ma non basta “imparare”, bisogna interpretarne l’insegnamento con le azioni di tutti i giorni, o almeno sapere dove abbiamo mancato, in modo che la nostra coscienza sia sempre allenata. Il lubrificante per una buona pratica è la preghiera. Dall’insegnamento di Gesù dobbiamo capire che non stiamo vivendo una semplice parentesi (vita), ma siamo già inseriti nell’eternità sin dal nostro concepimento; infatti, insieme al corpo ci è stata donata un’anima, l’essenza spirituale che durerà per sempre: santo o dannato. Senza la piena convinzione di questo mistero, non riusciremo mai da soli a mantenere la rotta verso il Paradiso; ci affanneremo alla ricerca di soddisfazioni terrene che ci rendano felici, senza trovarle, e perderemo di vista la Comunione dei Santi, la sola che con Gesù al centro è in grado di dare gioia e serenità.

COERENZA

 È una questione di coerenza, o di scelta: volere a tutti i costi la vita eterna in Paradiso o cercare la “bella vita” qui, oggi, senza neanche sapere quanto sarà lunga?

Ma sappiamo che la coerenza costa: ferisce il nostro orgoglio, la nostra superbia, il nostro egoismo e tutti i nostri interessi, però ci dona piacere, soddisfazione e gioia, al contrario dei nostri difetti.

 

CRISTIANI INTERI O UN PO’ …

Sicuramente a tutti sarà capitato di conoscere uomini e donne che hanno dedicato tutta la loro vita a persone in difficoltà, in qualsiasi località del pianeta; i loro occhi brillano per la gioia che hanno nel cuore; alcuni hanno affrontato, e affrontano tuttora, difficoltà e pericoli, ma non abbandonerebbero mai i loro assistiti. Qualcuno potrà dire: “Non occorre essere cristiani per fare queste cose”. Io rispondo: “Impossibile”! Chi si dedica agli altri disinteressatamente e non si butta nella mischia dei piaceri della vita è “cristiano” senza saperlo o è matto da legare. Darsi agli altri senza tornaconto è il più grande ed inascoltato consiglio di Gesù: “… vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”.

Davanti a Dio, chi avrà più merito tra cristiani e non cristiani che hanno rinunciato ai beni terreni per servire i bisognosi e tutti gli altri che, o si son fatti gli affari propri, o hanno allungato una qualche elemosina per tacitare la propria coscienza?

 

AMORE FRATERNO

Di questi tempi è molto difficile lasciarsi trasportare dall’amore fraterno all’interno di una comunità cristiana. L’amore non è un sentimento d’occasione o fatto di parole più o meno gentili. L’amore è un termometro che misura la nostra maturazione cristiana. Tanto più siamo disposti a mettere in pratica il Vangelo, tanto più siamo aperti all’amore delle persone che incontriamo. Il che non significa che tutto sia facile; ognuno di noi è diverso, coi suoi pregi e i suoi difetti. Come si litiga in famiglia si litigherà anche col vicino, l’importante è saper rientrare e riprendere insieme il cammino. Tuttavia, l’educazione e l’esempio, uniti alla cordialità e il sorriso, sono un collante prodigioso. Più saranno le persone che adotteranno questo modo di relazionarsi maggiormente crescerà la comunità cristiana. Inutile sottolineare quanto sia importante l’esempio del sacerdote.

sabato 30 aprile 2022

CARO AMICO TI SCRIVO …

 

Tra i fogli che tengo da parte mi è capitato questo articolo di mio cugino riportato su un “Notiziario Parrocchiale” inizio anno 2000 che mi ha fatto riflettere allora, ma che è ancora attuale oggi nonostante siano trascorsi più di vent’anni.

 


“CARO AMICO TI SCRIVO …”

Mentre chiacchieravo con un mio amico molto più giovane di me, del più e del meno, sono finito fatalmente per chiedergli: “Senti un po’, vai a Messa ogni tanto?”

Michele (lo chiamerò così per mantenere l’anonimato) mi rispose un po’ perplesso, diventando rosso in viso: “Scusami sai ma, a parte il fatto che questo non dovrebbe essere un affare tuo, io a Messa, e te lo dico chiaro e tondo, non ci vado”. “Perché?” replico io “Hai forse paura che ti caschi la chiesa addosso? O lo fai solo per snob?” Michele, sempre lui, con semplicità estrema, mi disse di rimando in dialetto: “Me no mia a Mèsa perché töcc chèi che va j-è ‘mpustùr!”

Io ho tentato di spigargli che l’andare a Messa non è tanto per gli altri ma per noi stessi; che non abbiamo nessun diritto di giudicare gli altri, che se cominciassimo a guardarci un po’ con occhi diversi cambierebbe qualcosa, e via così.

Ma Michele sembrava inchiodato su quella che per lui era verità indiscutibile e non c’era più niente che potesse smuoverlo.

Ripensandoci ora, a freddo, a quell’impostori mi chiedo se, oltre al significato letterale il ragazzo abbia voluto dare un altro senso. Ma no, impostore vuol dire mentitore, ipocrita, menzoniero.

Quindi, uno che va a Messa tutte le domeniche, dice il ragazzo, coerentemente non dovrebbe raccontare frottole.

Ma raccontare frottole non è solo dire bugie, ma è anche non tagliare la canna dell’acqua altrui perché si crede di aver subito un grave torto. Impostore è anche chi sta a guardare alla finestra se per caso l’altro butta qualcosa inavvertitamente nella sua proprietà. Impostore è colui che ti sorride e ti saluta quando lo incontri, salvo poi farti pagare le decime secondo l’uso. Impostore è il principale che ti fa sgobbare per un piatto di lenticchie, ma è altrettanto impostore l’operaio che non sa quel che vuol dire dovere, mentre invece conosce benissimo il significato di diritto. Impostore è colui che giudica dalle apparenze (che machina ch’èl ga, che pelicia, che fabrica, se lüle èl ga ‘l cönt èn Svisèra).

Impostore è ancora colui che snobba la gente più semplice, si sente superiore, si crede il Dio in terra perché ha tanti soldoni. L’invidia, dopotutto, è la caratteristica principale di molta della nostra gente, e non è il caso di meravigliarsene.

Mi viene in mente una frase del don: “Ragazzi siate puliti dentro!” Puliti, cioè cristallini, cioè trasparenti, cioè quello che si ha dentro si deve avere anche fuori. Ecco, quindi, come si evita di essere impostori. Così vorresti, Michele, che fossero le persone che vanno a Messa la domenica; forse allora cominceresti a ricrederti. Ma io sono convinto che prima di tutto dovresti concentrarti su te stesso è un po’ meno sugli altri. Per questo non volermene. Ciao.

Arrigo De Giacomi

lunedì 27 dicembre 2021

DISCORRENDO MI HANNO CHIESTO …

 

Credi in Dio?

In genere, prima ancora che venga posta la domanda, ho sentito alcuni intervistati rispondere: “Io sono cristiano” o “Io sono cattolico”. In questo modo la domanda viene “dribblata” con una non risposta. Infatti, con una simile affermazione si omette “il come” e “il perché” si professa il cristianesimo o il cattolicesimo.

Provo a rispondere per me. Si, io credo profondamente in Dio per tanti motivi, ma soprattutto per questi: il primo perché l’uomo è così perfetto nella sua costituzione ( così come gli animali secondo la loro specie) che affidarla al “caso” è veramente  ridicolo; secondo perché i Profeti ci hanno parlato di Lui e ci hanno annunciato l’arrivo di Suo Figlio sulla terra e la sua morte per salvarci dal tradimento dei nostri progenitori; terzo perché Gesù sin dall’inizio della sua predicazione ha confermato con ripetute prove del suo potere Divino quello che era stato annunciato dai profeti e il  motivo per cui sarebbe morto in croce, avvenimenti che puntualmente si sono verificati; quarto perché nessuno può confutare le apparizioni della Sua Mamma nelle quali (compiendo prodigi) ha preannunciato castighi a causa della nostra incredulità e per i nostri continui tradimenti; quinto perché solo mettendo in pratica i suoi insegnamenti riusciamo a trovare pace e serenità in mezzo a tutta la sofferenza che ognuno porta con se quotidianamente.

È necessario andare a Messa?

Da persone concrete, con la nostra natura umana, abbiamo bisogno di vivere e sentire sulla nostra pelle una presenza così Divina. Lui lo sapeva e nell’ultima cena ha istituito l’Eucaristia.

Questo è il mio corpo … Questo è il sangue sparso per voi … viene ripetuto durante l’elevazione.

A mio parere non c’è un più alto sentimento umano che quello di “toccare” un corpo donato per amore ricevendolo sulle mani e facendolo diventare parte di te. Tanti sacerdoti lo attestano; qualcuno ha dubitato e Dio è subito intervenuto per mettere le cose in chiaro.

La Messa non è solo un precetto o peggio una tradizione; è un atto di ringraziamento verso quel corpo che, nonostante il tempo trascorso, continuamente si dona agli uomini come me, perché senza quel contatto fisico saremmo travolti dal vortice della mondanità.

Vai a Messa perché credi o credi perché vai a Messa?

Mi hanno sempre detto che la Fede è un dono che Dio fa all’uomo. Io interpretavo tale dono come una infusione regalata e privilegiata per alcuni e non per altri cosiddetti “infedeli”. Sono cresciuto così nell’equivoco, accompagnato dalle formule del catechismo di Papa Pio X e dalle gare per dimostrare chi lo aveva studiato di più. Quelli della mia età ricordano ancora molte di queste domande e risposte: Chi è Dio? Dio è l’Essere perfettissimo creatore del cielo e della terra. Dov’è Dio? In cielo, in terra e in ogni luogo: Egli è l’eterno. Ecc.

Molto intuitivo ai fini della dizione e forse adatto alla categoria ragazzi che non erano pronti ad affrontare temi così elevati. Forse si doveva riprendere il medesimo catechismo, dai giovani in avanti, durante la “dottrina della Domenica pomeriggio”; forse però eravamo tutti dei “bei addormentati di paese” preoccupati di ben altre cose e quindi, per la maggior parte, io compreso, ci ritenevamo credenti perché andavamo a Messa la domenica.

Mi ci è voluto molto tempo, molte contestazioni e molte riflessioni per credere nella Santissima Trinità come credo oggi, ancora perfettibile, con continui sbagli, ma abbastanza saldo.

Sento la necessità di andare a Messa perché credo di trovare lì la forza per essere migliore e quindi di prepararmi su questa terra, attraverso le azioni sbagli e pentimenti, a meritarmi un angolino di eternità.

C’è una relazione tra Eucaristia e comunione fraterna?

Sono certo di si, basta volerlo. La Chiesa tutta proclama la fraternità in Cristo attraverso la Mensa Eucaristica, ma questa si realizza solo se riusciamo a concentrare la nostra attenzione sull’incontro che si sta realizzando. Se tutti abbiamo chiaro il perché ci troviamo riuniti in un luogo di culto, non possiamo che lasciar cadere a terra qualunque angustia ci stia tormentando e ogni pregiudizio o rivalità ci portiamo appresso. Maggiore è il numero che non vive l’incontro con il Cristo più fredda e sterile è la fraternità. Al contrario, maggiore è chi lo vive e più calda e viva è la relazione.

Non sono i canti o le preghiere o il numero delle persone che creano l’atmosfera, è la gioia e il desiderio di essere in quel posto insieme.

Mi è capitato spesso di affermare che non tutti i luoghi religiosi sviluppano la stessa atmosfera e ti inducono a pregare con la stessa intensità. In molti casi la risposta era: “Dio è in tutti i luoghi e quindi un posto vale l’altro”. Potrebbe ma non lo è! Qualcuno mi dovrebbe spiegare perché di norma ai pellegrinaggi mariani ci si trova sempre così bene tra fedeli. Questa atmosfera non deriva forse nel fatto che tutti riconoscono e sentono la maternità Divina di Maria in egual maniera? Questo sentimento non si ripete invece con la stessa intensità nella partecipazione alla Messa.

Per la partecipazione alla Messa il prete fa la differenza?

In qualche modo secondo me si, soprattutto se il suo comportamento con il suo gregge è coerente con i suoi insegnamenti dal pulpito; in questo caso qualcuno può essere indotto a partecipare per trarne ulteriori riflessioni o insegnamenti. Però non lo ritengo determinante.

Un cristiano maturo ha bisogno del prete in quanto Ministro di Dio e della Chiesa, ma ha le capacità di elaborare da sé stesso quello che è giusto per lui. Il sacerdote è uomo come noi e sbaglia come noi; è sbagliato pensare che siccome è prete non può sbagliare. Come succede per ognuno di noi, sbaglia, si pente e continua la sua strada. Gli alibi non ci aiutano a crescere. Se non vogliamo parlare o confessarci con un determinato prete rivolgiamoci serenamente ad un altro, intanto che ce ne sono vicini, sapendo che il loro insegnamento non ha ancora creato alcun “mostro”.

Gli avvenimenti, anche giudiziari, che hanno riempito le testate dei giornali dimostrano solo quanto sia aumentata la povertà umana nella quale facciamo media anche noi, non che la Chiesa non sia più necessaria. “… le porte degli inferi non prevarranno” - “… il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno” (Matteo: 16,18 e  24,34).

L’assoluzione dei peccati può essere comunitaria?

In alcuni momenti è data facoltà alla Chiesa di assolvere comunitariamente (Conflitti bellici, calamità o pandemia come quella che abbiamo attraversato) ma la forma comandata dalla Chiesa sulla base del messaggio evangelico (Matteo 18,15-20) rimane quella dell’accusa personale delle proprie mancanze. La Chiesa è tollerante sull’esposizione dei peccati, purchè ne sia chiara la natura.

I Sacramenti sono tutti importanti?

Confesso la debolezza delle mie argomentazioni e non contesto nulla, tuttavia preferivo il tempo in cui il Battesimo era alla nascita; a 6/7 anni ci veniva insegnato a confessarci e poi a incontrare Gesù Eucaristia; dopo un anno con la Cresima si diventava “soldati di Cristo”.

Prima di diventare “soldati” bisognava conoscere bene il catechismo. Dopo la Cresima solo pochi mancavano alle funzioni liturgiche. Mi sembrava che ci fosse un crescendo adeguato all’età, forse anche un po’ più di capacità di dialogare coi piccoli. Ma era tanto tempo fa.

Posso quindi esprimere solo qualche desiderio, l’indirizzo pastorale è competenza esclusiva del Vescovo.

Battesimo – Visto che sono contemplate varie forme di Battesimo legate a situazioni particolari, proporrei (per le famiglie cristiane) il Battesimo di desiderio subito dopo la nascita e il rinnovo del rito dopo la prima Confessione a 6/7 anni. A seguire la Comunione e la Cresima.

Matrimonio – Solo qualche incontro col parroco, ma determinante per comprendere se c’è l’intenzione di crescere una famiglia cristiana o fare una cerimonia teatrale.

Ordinazione – Obbligo di applicare un piccolo Crocifisso di riconoscimento sulla giacca o sulla camicia.

Estrema unzione – Porterei periodicamente ad ogni ammalato o persona molto anziana questo Sacramento previa ampia dottrina sul suo significato.

Cosa si potrebbe fare per ridurre lo svuotamento delle chiese?

Prima di tutto ammetterlo. Penso che non prendere atto del continuo svuotamento delle chiese senza tentare di frenarlo sia un grande errore. Ma questo processo non può essere interrotto senza porsi degli interrogativi: perché le persone non vanno più in chiesa? Perché i giovani dopo la Cresima spariscono? Perché gli oratori sono vuoti? Perché i parrocchiani non si curano delle necessità della loro chiesa locale? E ce ne sarebbero tante altre.

Prima di tutto, secondo me, è necessario alzare la voce quando si parla di peccati gravi, come si fa sottolineando una frase importante su uno scritto (alcuni sacerdoti hanno mostrato di non gradire questo suggerimento). Nell’insegnamento gli allievi devono apprendere le cose giuste tra le tante cose che sentono e quindi devono udire e ripetere per tante volte le cose che contano; i cristiani alla Messa, visto che non possono essere interrogati, devono far proprie le indicazioni che vengono dal Vangelo tramite la spiegazione del sacerdote per comprendere i propri errori. Ma tutto non può essere contenuto in un rapporto magistrale senza che ci sia un rapporto amicale, fraterno col pastore e con la comunità che frequenta: siamo umani e tutti abbiamo bisogno di amore, quindi bisogna favorire questo incontro.

Fino a quando la parola “fratello” farà parte di un rituale scritto da recitare in chiesa ma difficile da esprimere con naturalezza al di fuori, in mezzo alle persone, non saremo una famiglia cristiana compiuta.

Per i giovani di oggi è richiesta una famiglia più ristretta ma con le medesime caratteristiche, adiacente a quella naturale, cioè l’oratorio. Ma se non c’è la famiglia più grande sarà molto difficile animarne una che soddisfi le esigenze dei giovani sempre alla ricerca di nuove scoperte e di nuove sensazioni. Senza una grande passione si può solo “tirare a campare” incapaci di intercettare qualsiasi pensiero che passi nella mente di un giovane. Gli educatori dell’oratorio non si trovano per strada; sono papà, mamme e adulti che si occupano di chi passa di lì come se fossero figli propri. Altrimenti che oratorio è? Ma se qualcuno pensa che queste persone non abbiano bisogno loro per prime di sentirsi parte di una famiglia e che debbano impegnarsi solo perché è loro dovere morale, abbiamo un grosso problema originale. Il volontariato si regge solo su una grande passione di essere utili alla realizzazione di una finalità; al contrario si infrange davanti alla frustrazione dell’inutilità del proprio impegno.

Quindi se perdiamo i giovani le chiese continueranno a svuotarsi per effetto naturale.

 

Ci tengo a sottolineare che in qualche caso il mio pensiero è stato rigettato come “bigotto”. A me sembra rilevare invece che questi argomenti siano trattati con troppa superficialità e si basino su “teorie di convenienza” che si pongono addirittura fuori della dottrina cattolica. Forse dovremmo attingere maggiormente all’insegnamento di Papa Francesco come unico faro che illumina la nostra strada verso il “Regno”.

martedì 5 ottobre 2021

LA PANCIA DI DIO

 

Sarà la vecchiaia che avanza, sarà la manifesta impotenza a incidere in qualche modo nella vita dei nostri figli (giustamente), fatto sta che sentiamo ogni giorno di più l’avvicinarsi del nostro destino.

La nostra vita, già abbastanza avanti, ci ha fatto toccare con mano la caducità dell’uomo e quanto possa essere rapida la fine della nostra esistenza. Ma siamo così attaccati a questa terra che istintivamente declassiamo la nostra fine a circostanza “eventuale”, vale a dire, a un evento che può capitare: sempre più eventuale col decrescere dell’età.

Ma non è solo questo, da giovani tendiamo a separare nettamente la nostra vita spirituale e sociale dal nostro “menage” quotidiano.  

Non dovrebbe esserci questa separazione! Nella vita comunitaria è necessario che l’individuo dia il suo contributo per sostenere la Nazione secondo le Leggi dello Stato e sia aperto alla solidarietà senza attribuirsi il potere di decidere come e quando osservarle.

Così per il credente: non può stabilire da sè medesimo quali comandamenti obbedire e quali no.

Ma siamo umani, tentati dal diavolo, continuiamo a sbagliare e non raggiungiamo mai quella serena pace del cuore, tipico solo dei fanciulli.

A tale proposito mi viene in mente una conclusione a cui era arrivato mio figlio all’età “dei perché”. Quel giorno stavamo passeggiando nel Parco di Bussolengo e lui trotterellando a fianco continuava a chiedermi di Dio, dov’è, che fa, chi lo ha visto, ecc.; dopo un po’ si ferma ed esclama:  “Ma allora noi siamo nella pancia di Dio!”  Ho guardato mia moglie incredulo che un bambino della sua età potesse arrivare a una conclusione simile. Eppure, io che ascolto il Vangelo, avrei dovuto sapere quanta permeabilità ha un bambino che cresce, avrei evitato così tanti errori nell’essere padre; avrei dovuto ricordare le parole di Gesù: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso».   (Mc 10,13-16)

Dove non c’è malizia (cuore di fanciullo) c’è pace e tranquillità, perché il cuore ha riconosciuto lo sbaglio e lo ha ripudiato e non importa se ritorneremo a sbagliare: lo riconosceremo e lo ripudieremo nuovamente.

Il credente ha qualcosa in più. Sa di essere “nella pancia di Dio”, di essere seguito costantemente dal suo amore, sempre pronto a perdonarlo perché desidera che si mantenga sulla “strada di casa”, quella che lo porterà da Lui. Dovremmo essere sempre pronti come Lui ci ha continuato a raccomandare, ma abbiamo veramente le “lucerne accese e ben riforniti di olio”? Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per i nostri fratelli? Penso che questo sia il più importante interrogativo che dobbiamo porci, perché è quello che qualifica tutta la nostra esistenza.

lunedì 30 agosto 2021

AMBULANTI DI UN TEMPO

 


“Ósferrótcridecaalpèldeconéccstrasefóónne…” Il richiamo – di fatto una reclame – annunciava l’arrivo del venditore ambulante. La litania si chiudeva con l’appello all’amata clientela- le fónne – ma ad aprirla era l’elenco della mercanzia ricercata: ossa, rottami di ferri, crine di cavallo, pelli di coniglio, stracci… Tutto nel mondo contadino aveva una seconda chance, la pattumiera è invenzione successiva. In cambio di questa “materia prima seconda” – come la chiamano oggi gli studiosi di riciclo ed economia green – l’ambulante offriva ciotole, posate, rocchetti di refe, qualche nistola colorata.

Gli strumenti dello strasaröerano il carretto (l’antenato deldelivery), la rapidità nel far di conto e la capacità affabulatoria. D’altro canto già il Canossi nella Melodìa faceva confessare alla sua boteghéra che il commercio richiede una generosità vigilata, perché “quant al bondà se pöl bondà de gentilèsa: chèla la costa gnènt”.

Quando gli ambulanti – i mercandèi – si occupavano di un settore merceologico specifico erano palér, parolòcc, capelér, söpelée…

                                                                                            Massimo Lanzini - 29/8/2021

venerdì 20 agosto 2021

CRISTIANI: C’È IL CONDOTTIERO MA NON LE TRUPPE

 

Spesso mi chiedo perché così tanti cristiani in Italia non facciano sentire la loro voce e le loro proposte davanti all’avanzata di teorie e ideologie che vanno sempre più scalzando il senso umanitario e solidaristico del nostro vivere quotidiano (aborto ed eutanasia, per esempio, ma non solo). Non ho una risposta sicura a tutto questo, ma siccome il mio faro, la sola voce che riesco a sentire è quella di Papa Francesco, avversato persino in “casa sua”, cerco di capire perché nemmeno dai sacerdoti arrivi lo stimolo a difendere "calorosamente" i valori importanti che riguardano tutta la nostra vita cristiana. Col battesimo abbiamo ricevuto il “diritto” di ritenerci “figli redenti” ma non quello di dire a Dio “pensaci Tu”. È vero che se non ci abbandoniamo a Lui noi non possiamo salvarci con le sole nostre forze, ma è altrettanto vero che accettando di diventare cristiani siamo diventati testimoni che Gesù è morto per noi dopo averci lasciato un grande insegnamento (Vangelo) e fatti attori principali della Sua missione.  Allora perché non facciamo sentire la nostra voce quando viene messo in ridicolo il Suo messaggio?

Una prima motivazione viene dalla nostra fragilità, dalla consapevolezza dei nostri difetti, dei nostri peccati: come posso io criticare e contestare nelle mie condizioni? Sapere come si sta spiritualmente è importante perché significa che la Coscienza risponde e quindi è aperta alle comunicazioni che Dio continua a mandarci. Serve però un piccolo atto di coraggio: l’umiltà di ritenerci fragili davanti a Dio e davanti agli uomini (confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato…), ma nello stesso tempo convincerci e professare che possiamo veramente contare sull’aiuto di Dio per essere migliori rimanendo comunque sempre fedeli difensori della Sua Parola è strumento per migliorare la società. Anche se siamo i peggiori abbiamo il dovere di testimoniare che Cristo è morto per noi, è Risorto e ci aspetta per festeggiare con Lui.

La seconda motivazione viene dalla nostra superbia: la presunzione di non aver bisogno di Dio per vivere la nostra vita. Ciò è grave perché ci relega a una esistenza animale (a volte peggiore) privandoci di un futuro di eternità nel quale godere il giusto premio per aver riempito la nostra vita terrena di aspirazioni, amore e testimonianza della nostra fede in Cristo. Ci riduciamo così quando non crediamo nella potenza dell’amore e non lo cerchiamo neanche. Il più delle volte ciò deriva da un’infanzia infelice, da traumi che abbiamo subito da piccoli impedendoci di sperimentare serenamente la dolcezza di questo sentimento. Costretti a cercare da soli le motivazioni della nostra esistenza, finiamo col farci guidare istintivamente da persone e da messaggi che ci sostengono, che invece hanno un progetto ahimè ben definito, non certo quello di favorire la nostra crescita umana e spirituale. Ecco il punto: umanità e spiritualità, sono i sostegni basilari di ogni persona che entra in difficoltà ogni qualvolta prevale l’uno a danno dell’altro.

C’è una terza motivazione, forse più banale ma non meno colpevole: vivere la religione in modo infantile. Se uno non crede a Dio ma ne cerca la traccia, probabilmente finirà nelle sue braccia misericordiose. Ma un credente che non farà del suo meglio per mettere in pratica i suoi Comandamenti è destinato a un giudizio molto severo.

Pare che nessuno si accorga della freddezza con la quale si celebrano tante liturgie, la Messa con canti che sono anche bellissime preghiere, ma con ritmi musicali privi di festa; letture fatte in fretta, a volte lette in maniera incomprensibile; prediche che a volte servono solo a chi le fa; l’intercalare poco raccoglimento; poca enfasi ai momenti più importanti. Se non riusciamo a vivere la Messa come vicinanza a Cristo e al suo sacrificio per noi e le altre funzioni liturgiche come lode festosa a Dio Padre o allo Spirito Santo, allora dobbiamo iniziare tutto daccapo, da quando eravamo bambini. Per essere buoni cristiani bisogna amarsi come comunità ed essere felici di trovarsi insieme a lodare Dio. La fretta di lasciare il Tempio indica che quei credenti hanno bisogno di un missionario.

Un’ultima motivazione in base a quanto ho notato è la vergogna di farsi riconoscere come cristiani. Per me è gravissimo! Nella maggior parte del mondo i cristiani sono perseguitati, uccisi, umiliati e sopportano ogni sorta di soprusi; non è né comprensibile né accettabile che in uno Stato come il nostro, con tutte le libertà e tutele possibili, un cristiano abbia vergogna di mostrarsi tale. Se nelle nostre chiese si trovasse il tempo di leggere un qualche grido di aiuto dei nostri fratelli perseguitati riportati sui settimanali/mensili dei missionari, sempre dimenticati dalla stampa nazionale se non nei momenti delle grandi tragedie, allora, forse, ci sarebbe qualcuno in più a farsi pubblicamente il segno di croce, come dire: io ci sono.

venerdì 19 marzo 2021

UN TESORO CHE SCARSEGGIA

 

Come l’amore, di cui è pure emanazione, anche l’amicizia è un termine abusato, che spesso non viene attribuito a un reale sentimento.

Si parla di amicizia quando ci si frequenta al bar o alle feste; quando la si richiede in Facebook; quando ce la attribuiamo riguardo a una persona nota che abbiamo conosciuto appena; quando riteniamo di averla in virtù di interessi comuni o perché lavoriamo assieme; quando pensiamo che basti un tratto di cammino per essere amici.

Tutto questo può essere di aiuto a conoscersi, ma quanto ad essere veramente amici ce ne passa. Tanto per citare un esempio: un giorno mi è capitato di rispondere al post di un “amico” in facebook precisando il mio pensiero; ne è seguita una reprimenda antipatica, solo per aver messo in discussione la sua verità. Chiamarsi amici e non accettare il confronto non è segno di amicizia.

Spesso assistiamo alle “amicizie” di chi finge di essere d’accordo (anche quando non lo è): questo io lo chiamerei tornaconto.

Tutte quelle volte che sento dire - Io ho un sacco di amici! -  mi chiedo se veramente quello ha conosciuto la vera amicizia. Se gli amici rimasti a Gesù Cristo sono quelli rimasti sotto la Croce come si può pensare di essere più fortunati di Lui? Non è forse perché ancora non siamo stati messi a dura prova?

Perché avrebbero coniato un proverbio così calzante come “Chi trova un amico trova un tesoro?”

Un vero amico ti ha già fatto la radiografia e conosce perfettamente i tuoi pregi e i tuoi difetti ed ha deciso che su di te può contare, ed anche lui.

Sa che nessuno è perfetto e qualche volta lo deluderai, ma rimarrà al tuo fianco comunque e cercherà di farti ragionare per dissipare tutte le incomprensioni.

Sa che è il cuore a misurare l’amicizia e sa di poter contare sul tuo. Sa che nel momento del bisogno potrà appoggiarsi a te e tu a lui e che farà i salti mortali per poterti aiutare.

Forse lo manderai a quel paese quando non vorrai ammettere di aver sbagliato, ma poi lo richiamerai pentito perché sai che gli è costato contrariarti, ma l’ha fatto per te, non per essere più bravo.

Quando tutti ti volteranno le spalle dicendo ogni cosa su di te, lui ti sarà vicino per difenderti se avrai ragione, a giustificarti se avrai torto, perché conosce il tuo cuore e sa che se anche avessi sbagliato hai il coraggio e la forza per rimediare.

Avere il cuore in comune significa amarsi e accettare i limiti della persona amata, proprio come una coppia di fidanzati; forse è per questo che non credo possibile la stessa amicizia tra un uomo e una donna.

È un sentimento considerato superfluo, specialmente per le persone coniugate, invece andrebbe rivalutato per l’importanza che ha.

“Tra moglie e marito” l’unico a poterci “mettere il dito” è proprio l’amico (vero) che può essere un valido intermediario nei momenti di crisi e che non è certamente quello che ne approfitta per “sostituirlo”.

Mi sono chiesto spesso perché sia così difficile avere un amico e ho trovato una sola giustificazione: siamo troppo individualisti e viviamo in una nazione dove la maggioranza dei suoi abitanti non ha grandi problemi. Si spiegherebbe così del perché durante le ultime due guerre si sono cementati dei rapporti di amicizia che sono sopravvissuti fino alla morte. Sarebbe stato il “bisogno” a coltivare i rapporti, alcuni dei quali sono rimasti nel tempo.

Oggi non ci rendiamo conto di quello che perdiamo a non possederla. Avere un amico significa avere gioia, condivisione, energia e comprensione.

C’è un solo pericolo che rende fragile il legame: il tradimento o l’abbandono. Rendersi conto di averlo fatto impone due scelte: o chiedere scusa confidando di essere perdonati o perdere l’amico.

Auguriamoci tutti che questo sentimento non si faccia sentire troppo tardi, nel momento in cui la persona che poteva essere “amica” vera lascia per sempre questa terra. Avremmo sprecato una grande occasione portandoci appresso il dolore per la perdita e il rimorso per la nostra ottusità.

lunedì 21 dicembre 2020

ITALIA, PAESE MAL RAPPRESENTATO

 È veramente ripugnante vedere la politica speculare in ogni momento sull’estremo stato di debolezza del nostro Paese. Ricatti, invidie, sgambetti, divergenze, ostilità, opposizioni, ipocrisie. E sono compresi tutti in questo gioco perverso. Innanzitutto il Governo che non vuole riconoscere alla sincerità il ruolo importante che ha nella comunicazione: non si può continuare a dire che nessuno sarà lasciato solo o che è già stato erogato un determinato contributo quando tanti cittadini non hanno visto il minimo segno di solidarietà. Bisogna avere il coraggio di dire che i soldi non ci sono e la macchina burocratica fa acqua da tutte le parti. Che dire poi dei timori di una “governance” che guidi la spesa dei fondi europei? Se davvero fosse attribuito ad una sola persona la responsabilità di spendere in fretta il denaro ricevuto sulla base di un piano definito congiuntamente dal Governo, da sottoporre all’esame del Parlamento, non potrebbe che ottenere il plauso di tutti gli elettori italiani che vedrebbero almeno uno a cui attribuire le colpe. Invece no! Tutte le componenti politiche dell’esecutivo vogliono assistere e decidere sulla “spartizione” per potere poi attribuirsi il merito davanti al proprio elettorato. Intanto il tempo passa. Le decisioni rimandate, i progetti ancora in buona parte da costruire, mentre la nostra economia non accenna a riprendersi, anzi, davanti all’incertezza del momento brucia risorse e chiude tante attività. Come se non bastasse il virus continua a dilagare mietendo un numero di vittime impressionanti. E l’opposizione? Potrebbe fare un piano alternativo (realizzabile) e presentarlo alla stampa se non accolto, invece: “abbiamo fatto le nostre proposte in parlamento e non sono prese in considerazione”; certo, se a tasche vuote si chiede il rimborso totale del reddito perduto e la riduzione delle imposte che prima o poi dovranno essere adeguate allo stato di necessità in cui ci troviamo, sono proposte irricevibili. Vedono le urne come unica possibilità di ritornare a un governo che abbiamo già visto e cercano tutti i modi per alimentare polemiche e creare ostacoli alla maggioranza per sfiancarla e farle gettare la spugna. “Fanno il loro lavoro” dice qualcuno. Si sì potrebbe dire così in tempi normali non davanti a una economia che crolla e che ci può condurre al default tipo Grecia o Argentina. Andiamoci pure alle urne, vinceranno i partiti di opposizione, ma a causa dell’eccesso di litigiosità a perdere saremo tutti noi cittadini di un Paese meraviglioso ma assai mal rappresentato.

domenica 15 luglio 2018

LE GUIDE DI SAN GIORGIO


Oggi, 15 luglio, ho approfittato della periodica apertura dell’Eremo di San Giorgio per fare una capatina e osservare gli affreschi dopo il primo intervento di restauro.
Non sono un intenditore, ma da quello che ho potuto vedere i lavori hanno evidenziato i tratti in maniera così evidente da mostrare interamente tutta la bellezza, la ricchezza e il significato di quei disegni.
Ma mi ha colpito ancor di più la preparazione che i volontari hanno acquisito stando a contatto con gli abili restauratori. Piacevolmente sorpreso mi sono trattenuto ad ascoltare la descrizione che uno di loro faceva ad un gruppetto di persone sulle rappresentazioni, rispondendo a ogni domanda che gli veniva posta.
E’ un tangibile segno di immersione e condivisione del progetto da parte dei volontari, che trascina tutti i visitatori che passano di là. Quindi non solo disponibilità all’apertura, agli spuntini conviviali nei giorni stabiliti, alla manutenzione della struttura, ma anche documentazione che giustifica l’importanza e l’opportunità di quell’intervento.
Se questa esperienza potesse essere ripetuta in altri santuari e strutture locali, si potrebbe pensare di costituire una Pro-loco che rispolveri di tanto in tanto quello che di bello ci hanno lasciato i nostri antenati.

giovedì 22 febbraio 2018

C’ERA UNA VOLTA IL LIMBO

Parlando di date di Battesimo con i nipotini venne fuori da una di loro la seguente domanda: “I bambini che non sono stati battezzati non vanno in Paradiso?”. 
Da piccolo mi insegnarono che chi non era stato battezzato finiva al “Limbo”, uno stato di sospensione che non permetteva di vedere Dio. Si, c’era il battesimo di desiderio e il battesimo di sangue, ma un neonato non era certo in grado di capire. 
Ora non si parla più di quello stato, non solo perché non ci crede più nessuno, ma anche perché è antitetico alla Giustizia Divina.
Come Dio opera in tutte le sue creature per salvarle dall’inferno, così non è pensabile che tutti quei bambini che sono morti alla nascita, o addirittura prima, Dio li castighi con una “sospensione” eterna.
La conseguenza del “peccato originale” è stata riscattata dalla passione e morte di nostro Signore, Gesù Cristo, per tutti quelli che non l’hanno rifiutata: sono compresi dunque tutti i bambini e tutti quelli che non l'hanno conosciuto. Infatti  è Gesù che ha istituito il Battesimo, allora gli altri che sono venuti prima, dove sono andati a finire?
 (Tutto ciò è spiegato abbastanza bene negli art. 261 e 262 del “Catechismo della Chiesa Cattolica”).
Il Battesimo appare quindi come un “atto di adesione” senza il quale non si è cristiani. Si capisce allora perché “il battistero” era vicino alla porta della chiesa o addirittura costituiva un edificio a parte.

Quindi alla mia nipotina ho risposto semplicemente: “Tutti i bimbi piccoli, anche se non hanno ricevuto il Battesimo, sono andati in Paradiso a giocare con Gesù”.

venerdì 2 febbraio 2018

CHE PENSA DIO DI ME?

Ho appena finito di leggere “Silenzio” di Shusaku Endo confesso di essermi trovato profondamente imbarazzato e scosso dalle provocanti sottolineature del libro.
Si parla di un “gesuita” che per conoscere la verità sul suo “maestro” accusato di apostasia, decide di recarsi con un compagno nel Giappone del 1645, in piena persecuzione dei cristiani.

Questo testo interroga tutti noi occidentali fortunati che guardiamo alle vicende dei cristiani perseguitati, praticamente vicinissimi alle porte dell’Europa del benessere.
Essere credenti a parole non è come esserlo nei fatti. Le estreme conseguenze di una fede vissuta e rivendicata davanti a tutti, già nei nostri paesi liberi sono marcate da atti discriminatori o coercitivi, figuriamoci nelle nazioni fanatiche e radicalizzate.
Eppure d’innanzi alla più feroce persecuzione dei cristiani che si ricordi, con centinaia di migliaia di morti per opera di regimi prevalentemente islamici, si continua ad ostentare una tranquillità e una distanza indegna per un continente civile come l’Europa. Mi sorge un dubbio: col mio silenzio non divento anch’io persecutore?

I cristiani di oggi cercano prima di tutto il loro benessere, poi, in qualche momento di difficoltà, si ricordano di essere figli di Dio. “Non sono tutti così” mi sembra di sentire obiettare. Certo che no! Sarebbero finiti i Santi e le ancora tante persone di Dio. Però è vero o non è vero che dopo la Cresima o l’ultimo Sacramento del percorso dottrinale, con tutta naturalezza la maggior parte non partecipa alla Messa o vi partecipa quando ne ha voglia?
Senza voler insegnare niente a nessuno, basandomi esclusivamente su me stesso, mi sembra che ci sia stato un corto-circuito proprio nell’insegnamento della Dottrina e nella coerenza nel viverla. L’esigenza di amore che ognuno porta con se, nella gran parte dei casi, non è soddisfatta proprio dalla gente che fa parte della Chiesa locale. Quanti di noi incontrando una persona si interrogano su come si può sentire in quel momento o se può aver bisogno di qualcosa? Ma senza questa immedesimazione non si può parlare d’amore e non si costruisce ne la Chiesa ne una comunità.

Mi sono molto interrogato sul perché Padre Pio da Pietrelcina con le sue Messe da due ore e Confessioni drammatiche riuscisse a tenere in chiesa una gran massa di persone, mai mancata fino alla sua morte. La risposta, a mio parere, può essere una sola: nella Confessione, nella predicazione, nella coerenza della sua vita nella Fede è stato un faro per tutti quelli che l’hanno conosciuto che per questo si sentivano compresi, aiutati e sostenuti. Due ore di Messa o essere considerati sacrileghi non disarmava quelle persone affamate di Dio.

Questo succede ai nostri giorni? Mi auguro che in qualche chiesa succeda, ma nessuna che io conosca. So che tanti vorrebbero Papa Francesco come parroco e che tanti invocano le incombenze che lui non ha come giustificazione all’inefficienza pastorale e al continuo svuotamento delle chiese. Mi chiedo anche: perché le Chiese perseguitate presentano cristiani vibranti e pronti alla morte per Cristo? Accostati a loro, tanti di noi, per la nostra scarsa fede, assomigliamo a dei miscredenti. Mi si permetta un paragone irriverente: l’opulenza ha generato gli obesi ma per diventare modelli bisogna avere la volontà di dimagrire. Anche per essere cristiani bisogna volerlo e nessuna scorciatoia o ambiguità nell’applicazione delle regole morali riempirà i luoghi di culto, bensì la proclamazione della Parola da parte del sacerdote con fermo entusiasmo, accompagnato dalla sua amorevole presenza nelle case delle sue pecorelle.

Un parroco dovrebbe conoscere la situazione personale di ogni persona della sua comunità per poter svolgere il suo apostolato e cementare la fede di chi crede e per avere dei testimoni pronti a tutto. 

Quanti di noi sarebbero disposti ad andare in prigione (se non peggio) pur di non rinnegare la Trinità? Quanti di noi mancando il sacerdote saprebbero radunare la comunità in preghiera? 
Quando la Parola genera amore fraterno, la certezza dell’immortalità aumenta e si sostiene, cementando dei cristiani con la “C” maiuscola. E' allora che lo Spirito entra in ognuno di loro.