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lunedì 27 marzo 2023

L’EUROPA DI TUTTI E DI … NESSUNO

 
In tanti Stati del mondo è palesemente violato il diritto alla giustizia e alla pace mediante una crudele repressione delle persone che protestano contro la violenza e la sopraffazione.

Le nazioni occidentali, come l’Italia, nonostante i proclami, non incidono minimamente sui comportamenti degli autocrati che, oltre a non voler sentir ragioni su quello che loro considerano affari interni, continuano a sedersi tranquillamente nelle organizzazioni mondiali ed a tessere relazioni di ogni tipo in grado di procurar loro un qualche tornaconto (Russia, Cina, India, Corea del Nord, Gran parte dell’Africa, Iran, Arabia Saudita, Pakistan, ecc.).

Singolarmente ogni Stato che abbia a cuore la salvaguardia della democrazia e la salvaguardia dei diritti umani, non può che guardare impotente alle violenze e alle ingiustizie che ogni giorno opprimono una gran parte del mondo. Così continua a muoversi rassegnato a non contare nulla sullo scacchiere mondiale.

EUROPA

Il vecchio continente ha avuto tutto il tempo per trasformare gli interessi economici in forza propulsiva che potesse generare una federazione di Stati ben coordinati e che avesse una voce sola e non l’ha fatto: hanno prevalso supremazia, sospetti e distinzioni, con il risultato di avere un continente che non sa reggere la forza d’urto degli altri continenti.

Politica estera uguale a zero; politica sulla difesa uguale a zero (solo Nato a trazione americana); affari economici senza una visione comune; politica energetica ognuno per sé; politica sociale che non sa fare sintesi tra gli Stati membri.

L’assenza dell’Europa pesa moltissimo nelle decisioni che vengono prese per fronteggiare avvenimenti e “teste calde” nel mondo. Infatti, non è possibile dare per scontato che la Nato sia in grado di fronteggiare la complicatissima rete di rapporti commerciali e sociali di tutto il mondo. Questa organizzazione è sostenuta economicamente in maniera preponderante dagli Stati Uniti, come possiamo pensare che non abbiano un occhio di riguardo per i loro interessi, in assenza di un’unica voce dell’Europa? E poi, siamo sicuri che il tipo di relazioni che ha l’Europa con gli altri Stati sia sovrapponibile a quello americano?

Con questo non vogliamo togliere nulla all’importanza che assume per noi l’alleanza con gli Stati Uniti. Senza il loro aiuto noi oggi saremmo una colonia, non lo dobbiamo dimenticare mai, tuttavia, giustamente, gli americani sono stufi di morire per gli “altri” ed è più che logico che il loro agire sia legato non solo alla “gloria” ma anche alla conquista di qualche vantaggio nazionale.

 

MANI LEGATE

In questa situazione ci troviamo a dover scegliere tra la protesta (che sarebbe dovuta) e gli interessi economici nei quali sono interessate molte delle nostre imprese. Imprese di tutta Europa che lavorano in Stati canaglia che ci ingolosiscono con commesse di ogni genere, comprese le armi (vedi Egitto e caso Regeni).

La fame energetica è un’altra necessità frenante e la maggior parte degli Stati non sta a guardare se il fornitore è un buon padre di famiglia o un despota. Si adeguano di volta in volta in base alla necessità del momento (prima la Russia poi Libia, Algeria, Tunisia, che ci danno gas e petrolio, ma non ci aiutano a prendere gli scafisti).

È da addebitare agli Stati canaglia il crescente flusso migratorio; hanno meno persone da assistere e una capacità ricattatoria maggiore verso gli Stati che commerciano con loro materie prime essenziali. Anche in questo caso l’assenza di una comune politica migratoria dell’Europa ci espone non poco ai ricatti, anche di Paesi Nato (vedi Turchia che a seconda delle convenienze minaccia di aprire all’esodo i suoi confini). Come possiamo pensare di accusare una nazione alleata? Alleati e nemici contemporaneamente.

Nell’ONU e OCSE siedono anche rappresentanti che non brillano come tutori dei diritti umani, un tributo da pagare alla diplomazia che annaspa e non sa darsi delle regole certe per l’opposizione o il veto di qualcuno. La regola che impera pare sia sempre quella: per qualche dollaro sono disposto a scambiarti per un fautore della democrazia anche se hai le mani sporche di sangue.

Per la difesa dei diritti umani non ha regole precise l’Europa, che commette reati facendo soffrire persone che scappano dalle guerre e dalla fame, non hanno regole efficienti nemmeno gli organismi internazionali che al loro interno subiscono condizionamenti di ogni sorta.

Oriente e occidente si fronteggiano per predominare nel mondo e, se troveranno un’intesa, sarà un intervallo breve, il tempo per guadagnare qualche posizione, diplomatica o economica. Per avere una tregua prolungata bisognerebbe che la Russia, la Cina e molti Stati dell’Africa non governassero imprigionando i dissidenti. L’Africa, infine, non dovrebbe essere colonizzata dalla Cina, dalla Russia e … dalla Turchia. Si sta cercando di marcare nuovi confini nel mondo che di internazionale ha ben poco.  

 

TRIBUNALE INDIPENDENTE

La complessità e la delicatezza della diplomazia mondiale hanno partorito delle regole farraginose che consentono, ancora oggi, ai vincitori della II guerra mondiale + Cina di manovrare a loro piacimento a favore o contro qualcosa in base ai loro interessi. Questo non rende giustizia! Anche se cercare una qualche via di uscita rientra nel campo delle utopie, sarebbe auspicabile che all’interno dell’ONU venisse creato un Tribunale indipendente in grado di raccogliere prove e condannare (non solo a parole) i rappresentanti di quegli Stati che si fossero macchiati di reati contro l’umanità, penalizzando adeguatamente quelle nazioni. Simile alla Corte Internazionale dell’Aja, ma più allargato e reso più indipendente da regole uguali per tutti. Ma non ci crede nessuno.


lunedì 9 gennaio 2023

CRISTIANI D’EUROPA - Ciò che è rimasto

 

Che cosa è rimasto delle preghiere per la “Chiesa del silenzio” raccomandate in tutte le Diocesi negli anni ’50?

Sembra una domanda banale, ma in realtà segnala il progressivo allontanamento dei cristiani dalla solidarietà … almeno quella morale.

I cristiani sono perseguitati ovunque fuori dall’Europa, eppure sono in pochi a rispondere alle loro invocazioni. Esiste solo quello che gira intorno a noi, che condiziona la nostra vita quotidiana; bendiamo gli occhi per non sapere la storia del prodotto che ci viene offerto sugli scaffali del supermercato a un prezzo allettante.


“È la globalizzazione”, siamo portati a dire: ma perché non viene invocata la “globalizzazione dei diritti”?

È più comodo difendersi dietro allo Stato laico; in questo modo, anche dove i diritti più elementari non vengono rispettati, si può commerciare qualsiasi cosa, anche gli esseri umani che ci stanno dietro, o quelli che fuggono in cerca di una vita più decente per sé e per le loro famiglie. Non ci tocca più di tanto neppure il caso che qualche italiano incappi nelle mani della “ingiustizia” di qualche nazione amica (vedi Regeni per il quale non vengono più appesi i consueti striscioni gialli che l’Egitto non gradisce).

Siccome però non viviamo di utopie, non possiamo basarci su chi ci governa, loro devono far coincidere l’interesse nazionale con quello internazionale, quasi mai con un rapporto di forza a nostro favore; conteremmo molto di più se, il cosiddetto “popolo”, recuperasse un po’ di memoria e ricordasse quanto siamo stati umiliati grazie a certi “governi”.

I cristiani potrebbero dare molto per la costruzione di una cultura della consapevolezza, della memoria e del diritto nella giustizia. Se non lo fanno, non solo dissacrano la loro esistenza a favore del laicismo, che già ha avviluppato la maggioranza degli abitanti del vecchio continente, ma concorrono nell’erosione dei principi sacrosanti validi per tutto il mondo con conseguenze distruttive, specialmente per le giovani generazioni (già ne stiamo vedendo alcune manifestazioni nelle tante guerre, nelle disuguaglianze sociali, nelle tragedie dovute ai cambiamenti climatici).

Se un uomo non è disponibile a correre qualche rischio per le proprie idee, o le sue idee non valgono nulla o è lui che non vale nulla. (Ezra Pound)

sabato 26 novembre 2022

PACE, PACE, PACE!

 

Pace, pace, pace gridano le folle dalle piazze, i politici dai loro scranni, quei pacifisti che pensano che la pace la debbano fare sempre gli altri, scrittori, filosofi ed intellettuali che sulla pace hanno scritto di tutto. Molti si rifiutano di pensare con la propria testa perché hanno paura di non essere all’altezza di qualche eminente personaggio che va sbandierando la propria infallibilità.

 Ma la domanda è: che pace vogliamo?

Vogliamo una pace duratura che proviene da una mediazione internazionale che tiene conto delle ragioni e non della forza bruta o una pace basata sulla resa incondizionata a una prepotenza cosciente di essere più forte militarmente? E quando una parte non vuole sedersi a discutere di una pace che non sia quella che gli fa comodo, cosa fare? La stragrande maggioranza delle Nazioni assiste impotente alla morte di migliaia di persone e alla distruzione di gran parte di una nazione sovrana senza poter intervenire per non provocare una catastrofe umanitaria.

La minaccia e il ricatto di chi possiede armi nucleari sono da considerarsi elemento determinante per sopportare i soprusi degli Stati che la detengono?

Si alle armi all’Ucraina, no alle armi all’Ucraina è un continuo distinguersi tra personaggi che vivono nel burro della loro vita quotidiana e vogliono esprimere solo a parole il loro sostegno. Chi trovandosi una persona caduta si limita a dire: “Mi dispiace” e non l’aiuta invece a rialzarsi? Non ci siamo mai interessati delle armi fornite alla resistenza in vari Stati lontani del pianeta; ci siamo perfino dimenticati degli aiuti militari che abbiamo ricevuto noi italiani quando ci siamo trovati davanti a una prepotenza bellica brutale. Che ne sarebbe stato dell’Europa se l’America non fosse intervenuta a difenderci?

Nello stesso modo dobbiamo chiederci: che ne sarebbe dell’Europa se lasciassimo che le brutali forze militari russe conquistassero l’Ucraina?

Pace, pace, pace, ma chi vuole veramente la pace? L’Ucraina! Lei sola vuole la pace, gli altri la vorrebbero, ma per motivi diversi. Ci sono al mondo solo tre attori in grado di fermare Putin, se si coalizzassero: la Cina, l’India e gli Stati Uniti. L’Europa, con poca convinzione e tante divisioni, aiuta l’Ucraina con le armi e la solidarietà, ed è già molto, ma non ha voce in capitolo. Le difficoltà vere ad ottenere la pace vengono dagli attori principali che non vogliono rinunciare ad esercitare la loro influenza nel mondo (Cina e America) e chi ha tutto da perdere scaricando la Russia (India). Ma questi “grandi” stanno giocando col fuoco. Come possiamo escludere che un banale incidente sviluppi un fuoco nucleare mondiale? Il buon senso ha impedito che il missile (ucraino?) caduto in Polonia diventasse una miccia, ma ha anche dimostrato come sia possibile che l’incidente avvenga. Se Cina, Stati Uniti e India si accordassero su alcuni punti chiave della convivenza mondiale ed isolassero la Russia per quello che sta facendo in Ucraina, il cessate il fuoco sarebbe raggiunto in poco tempo. Altri intermediari capaci di influenzare un despota non ce ne sono. In assenza di validi mediatori la guerra continua, uccidendo e devastando qualsiasi cosa che possa fiaccare la resistenza ucraina. Insieme alle vittime di guerra, l’inverno porterà con sé la morte di molti anziani impossibilitati a difendersi dal freddo a causa della distruzione delle centrali elettriche, senza che noi possiamo fare nulla per impedirlo. Sento dire che inviando le armi peggioriamo la situazione. Siamo ciechi? Senza le armi dell’Occidente la nazione Ucraina non esisterebbe più! Le fosse comuni non sarebbero state scavate solo a Bucha e Cherson ma in tutto il territorio ucraino. Questo sì che porterebbe alla fine della guerra e alla pace voluta da Putin. Allora sarebbe più onesto e coerente ammettere che degli ucraini non ci importa nulla, né dei vivi né dei morti.

Tra i tanti insegnamenti che questo conflitto assurdo ci ha impartito, ce ne sono alcuni che la nostra Europa dovrebbe aver ben imparato e dovrebbe mettere in pratica prima che sia troppo tardi:

1)  Realizzare gli Stati Uniti d’Europa dove le decisioni in materia di Difesa e di politica estera siano prese a maggioranza vincolando tutti gli Stati membri;

2)  2)   La solidarietà come base della convivenza europea facilitando lo sviluppo dei paesi membri e la soluzione di problematiche inerenti alla posizione geografica;

3)  3) Favorire il raggiungimento dell’autonomia energetica all’interno dell’Unione come patrimonio comune da distribuire al giusto prezzo.

Il non aver raggiunto la stessa unità d’intenti nella gestione comune delle problematiche del continente, rende di fatto ininfluente il peso politico dell’Europa nella guerra Russia-Ucraina, e questo nonostante le sanzioni verso l’aggressore siano state accettate (o sopportate) da tutti gli Stati membri. Quanto contiamo nello scacchiere lo dimostra la risposta che gli hacker russi hanno dato alla risoluzione europea di considerare la Russia nazione che usa metodi terroristici: hanno mandato in tilt i server di tutti gli apparati del Palazzo. Quasi a dire:” Attenti a quello che fate o dite”.

Come uscirne?

La situazione è talmente complessa da vedere ben pochi spiragli per un cessate il fuoco. Come si diceva le due nazioni che potrebbero fare la differenza tengono le loro carte coperte e non prendono posizione lasciando solo gli Stati Uniti a fare la voce grossa; in questo modo Putin rimane attivo nelle relazioni internazionali e le sue “casse” resistono agli attacchi degli oppositori.

Singoli stati europei sono usati a piacimento dalla Russia come tentativo di seminare discordia nell’Unione che già naviga per suo conto in acque non molto tranquille.

Mi chiedo, se la maggior parte delle nazioni UE non fosse nella NATO, avrebbe ugualmente sostenuto la resistenza ucraina? Eppure, sono i confini europei ad essere minacciati.

Quando sparliamo della NATO dovremmo pensare anche a questi passaggi, perché visti i tanti sfilacciamenti europei, senza almeno l’unione di facciata, saremmo delle bandierine al vento, strappate al primo temporale.

Il “Generale inverno” sarà il primo ostacolo importante. La disperazione della popolazione ucraina potrebbe portare ad azioni che Putin potrebbe considerare insopportabili tali scatenare tutta la potenza rimasta (se ancora ne ha) e devastare quella terra fino alla resa. Da parte sua, la Russia, potrebbe parzialmente sabotare la Centrale Nucleare di Saporiska dando la colpa all’Ucraina e avviare l’uso di armi sporche fino alla destabilizzazione politica e alla resa. Dio illumini la mente di chi governa questo conflitto.

Gli inguaribili ottimisti potrebbero dire: “E’ ormai questione di ore. Poi si siederanno ad un tavolo e si accorderanno sulla definizione dei confini”. Almeno fosse così! Ma chi li farebbe sedere al tavolo?

E noi che ruolo giochiamo in questa guerra?

Intanto quello di manifestare apertamente che l’oligarchia russa ha commesso una gravissima violazione alla integrità nazionale dell’Ucraina. Chi dice il contrario non esprime il suo pensiero, si mette dalla parte del despota perché vorrebbe un regime simile.

Possiamo continuare ad essere solidali coi profughi facilitando la loro vita lontano dai propri cari e dalla propria patria.

Possiamo riconoscerci più umani e compiere gesti di pace tra noi che non siamo in quella situazione.

Potremmo fare pressione perché si arrivi presto a una Europa forte.

Potremmo pregare molto perché Dio faccia quello che gli uomini non sanno fare.

venerdì 9 ottobre 2020

LIBERO PENSARE SULL’AMORE

 

Quando si legge “Amoris Laetitia” non c’è più bisogno di cercare altre riflessioni perché l’esortazione apostolica offre un quadro preciso e universale dell’amore. Non a tutti però è congeniale una lettura così ricca da apparire pesante da intendere. Per questo ho voluto estrapolare il mio pensiero sull’argomento, col mio modo di ragionare, grossolano ma elementare. Lungi da me il tentativo di confrontare la meravigliosa filosofia di Papa Francesco con il mio pensiero scarabocchiato.

La riflessione ebbe inizio improvvisamente in chiesa, il luogo che dovrebbe strapparti dalla terra per unirti al cielo, a conferma che il diavolo c’è e spesso dove c’è l’acqua santa.

Non è la prima volta che mi capita e spesso mi assalgono all’improvviso pensieri sulla mia comunità, su come potrebbe essere e cosa io potrei fare. Mi capita anche di chiedermi cosa ci facciamo lì se poi, una volta usciti, manco ci salutiamo. Siamo tutti dei bigotti che si sentono obbligati ad ascoltare la Messa la Domenica? Dal raccoglimento di qualcuno deduco che non è così, almeno non lo è per tutti.

Ma a me rimane la convinzione che, oggi, fare i cristiani sia un optional con una assenza totale di sentimento. Se davvero sentissimo nel nostro intimo che un uomo è morto per noi per pagare il debito di Adamo ed Eva, non potremmo fare a meno di mettere in pratica le sue raccomandazioni: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.

Amatevi. L’amore è la parola più abusata dei nostri tempi. Quello che è certo è che tutti abbiamo un gran bisogno di riceverlo ma pochi sanno donarlo. Amiamo tutto, purché non ci porti via niente e non costi nulla, ne fatica ne denaro. Amiamo tanto un animale quanto un umano concedendo a entrambi gli stessi diritti. Spesso trattiamo i nipoti come giocattoli e poi li viziamo perché non ci disturbino.

L’amore rimane un sentimento molto complicato che richiede abbandono nell’amato ma anche un leale confronto quotidiano. Nessuna gabbia deve custodire “il proprio bene” o fatalmente lo soffocherà. Eppure non c’è niente di più bello che vivere nell’amore.

Amore di coppia

Nel tempo (ma ancora adesso in alcune nazioni) si è fatta violenza a questo sentimento, con costrizioni e abusi, con matrimoni basati sulla convenienza o l’interesse, che hanno ridotto la donna al ruolo di semplice marionetta, se non solo a quello di procreare figli.

Oggi, coi tempi che potrebbero consentire ampiamente lo sviluppo dell’amore, i nostri figli e nipoti sfidano la natura con esperienze di ogni genere all’insegna del diritto alla propria libertà. Non si rendono conto che così facendo rendono complicatissimo quel l’aspetto dell’amore che si chiama “abbandono nell’amato” senza il quale viene a mancare la fiducia piena e la quotidiana disponibilità al dialogo e al perdono, i soli mezzi che conservano l’amore.

Non varrà per tutti, perché l’uomo ha delle capacità incredibili se vuole usarle, ma la superficialità con la quale tantissime coppie si mettono assieme producono il risultato che è sotto gli occhi di tutti: coppie che scoppiano dopo poco tempo per assenza di amore. Se aggiungiamo poi la “grande” memoria che ha il genere maschile nel ricordare le leggerezze femminili, possiamo capire anche quanto sia ingabbiata oggi la fiducia nella donna; questo spiegherebbe in buona parte la facilità con la quale si accede alla “convivenza” e quanto invece sia diventato difficile arrivare all’altare. Sembra che il richiamo della carne abbia il sopravvento su tutti i ragionamenti e purtroppo non sempre l’attrazione è diretta alla scelta come compagno/a di vita. I tempi moderni, insieme al maschilismo (che in parte ancora rimane) hanno scardinato il sapiente pensiero femminile di donarsi solo al proprio sposo. Moltissime donne, supportate e stimolate dalle loro mamme e nonne, lo affermavano esplicitamente. Oggi il solo proporlo ti fa guadagnare derisione e scherno.

Amore cristiano

Il vincolo, soprattutto quello religioso, è molto importante per la formazione di quella cellula della società che nel tempo sarà determinante nella formazione delle nuove famiglie.  L’insegnamento della religione cristiana è stata protetta dallo Stato fino a non molti anni fa, e il prete era una autorità civile insieme al Sindaco, al maestro, al dottore e al farmacista. Allora si credeva ciecamente che quello che diceva il sacerdote era per il nostro bene, tanto che polli e conigli spesso allietavano la tavola del religioso. Ora non è più così. Complice il desiderio di impedire lo svuotamento delle chiese il clero ha addolcito i suoi insegnamenti col risultato di essere meno credibile. Sono convinto infatti che tutti gli uomini abbiamo bisogno di amore e comprensione e niente gli dia questa sensazione più del parlare chiaro e definitivo: paletti da non scavalcare per rimanere nella fede. La Parola portata nelle famiglie da un padre pastore alla ricerca di ferite da rimarginare e sentimenti da rinforzare. Se la chiesa si svuota bisogna portare la chiesa nelle case è ormai da lì che può iniziare il ritorno. Dov’è l’amore cristiano dei pochi che vanno in chiesa? Ci salutiamo coi musi lunghi e non facciamo relazione: è questo il cristianesimo? Come possiamo far conoscere l’amore se noi per primi non sappiamo che cos’è? Va tutto bene? No!!! Se in una famiglia ci sono dei malumori o dei disaccordi cosa si fa? Ci si siede a tavola e se ne parla. Ma per parlarne abbiamo bisogno che ci sia un pastore che è di famiglia, che la conosce sapendola stimolare, che sa starle a fianco senza superiorità con tutta la sua comprensione aiutandola a superare qualche difficoltà incontrate sul cammino.

Fino a quando questo non accadrà i nostri figli berranno la nostra vita riversandolo nella società che avremo contribuito a costruire anche coi nostri demeriti.

Ho osservato il grest al mio paese in questo anno reso difficile dalla pandemia. Sono stati prodotti degli sforzi encomiabili per coronare questo impegno importante e tutto nella sua semplicità è andato bene. Ma alla Messa della domenica (quantunque facoltativa) i ragazzi mancavano quasi tutti. Perché? Penso che la causa principale stia nella poca importanza che tanti genitori danno alla Messa, ma anche al fatto che sia gli educatori che i sacerdoti non sanno trasmettere il significato “dell’andare a Messa” che è la scoperta più importante che un cristiano può fare. Mi rendo conto delle difficoltà nel voler realizzare questo “miracolo”, ma senza questa maturazione saremo sempre cristiani a metà. Le chiese si riempiono per due distinti motivi: o per bigotteria o per amore, amore a Gesù crocifisso. Sorvolando sul primo caso che non è di questi tempi, solo nel secondo caso abbiamo la possibilità di realizzarci come uomini/donne e come cristiani. Lontani da Gesù c’è solo fumo e confusione dove è molto difficile la condivisione dello stesso messaggio cristiano, del medesimo stile di vita, della crescita di una mentalità comune, della solidarietà e la coltura degli stessi valori. Ma amarsi tra persone è possibile? Personalmente credo di si ma riuscirci è dono di pochi. Durante la mia infanzia, per fortuna, ho conosciuto momenti che mi hanno avvicinato al “Crocifisso”, ma tali insegnamenti non hanno più avuto seguito nella gioventù e nell’età adulta con la conseguenza che, nel “fumo” delle forti convinzioni giovanili e post, non ho tenuto sempre aperta quella porticina verso il “prossimo” proprio per aver separato la mia vita cristiana dalla mia vita sociale. Questo limite impedisce di avere relazioni sempre serene; come potrebbe realizzarsi l’amore? Separare l’amore cristiano e la “vocazione” di fede dalla vita di tutti i giorni comporta automaticamente la distorsione del messaggio evangelico e il conseguente svuotamento delle chiese.

Tuttavia chi non si rassegna a vivere nel “fumo” sa che la Chiesa di Pietro non cesserà mai di esistere, nonostante gli sbagli dei suoi fedeli e dei suoi pastori, il Papa rimarrà un faro illuminante sul nostro cammino e continuerà a donarci la certezza che anche se cadremo sotto il peso dei nostri sbagli, potremo rialzarci e continuare la ricerca in noi stessi dell’autentico amore che sorregge il mondo e la nostra vita.

sabato 28 dicembre 2019

TEMPESTA NELLA CHIESA


Questa riflessione è rivolta a chi crede fermamente che il Papa è il vicario di Cristo, Pastore e guida della Chiesa di Dio. Chi si erge a giudice del Papa non è in sintonia coi miei concetti: si possono avere dubbi e perplessità, ma guai a diventare nemici dell’unità della Chiesa escludendo il Papa.
Non importa se la maggioranza del clero o non prende le sue difese o è palesemente contraria ai suoi insegnamenti e alle sue direttive e lo manifesta apertamente arrivando ad affermare che parecchi punti dell’Amoris Laetitia possono essere interpretati come eretici (*). Grande è la loro responsabilità: lo scontro tra favorevoli e contrari a Francesco non solo divide i cattolici ma li consegna allo sconforto e alla confusione.
L’apertura verso i divorziati risposati, la tolleranza zero verso sacerdoti, vescovi e cardinali che hanno coperto gli abusi sessuali, o li hanno essi stessi compiuti, non ha creato il giusto imbarazzo com’era logico che fosse ma bensì odio e risentimento per essere stati ridimensionati nel potere e chiamati a rispondere dei propri comportamenti (*) (nessun altro Papa ha mai ridotto allo stato laicale o privato cardinali dalla porpora come Francesco). Le accuse pesanti di mons. Viganò rappresentano solo la punta dell’iceberg della lotta interna alla Chiesa per esautorare Papà Francesco. Neanche Paolo VI, nel suo burrascoso e contestato pontificato, ha mai raggiunto un così alto clima di ostilità.
Sacerdoti, vescovi e cardinali esprimono apertamente le loro critiche al Pontefice in nome di una dottrina tradizionale che non è più adatta al tempo che viviamo. Non aver accolto il suo insegnamento ha condotto a una disgregazione dei fedeli con una visione del mondo basata essenzialmente sui messaggi raccolti sul web.
È la mancanza di un’unica voce ecclesiale la causa principale della confusione e della metamorfosi dei cattolici, una voce che dovrebbe partire dal pulpito producendo le eco dei vescovi e dei cardinali. Succede invece che, o per non apparire in disaccordo col proprio vescovo o per obbedienza alla propria lobby, molti sacerdoti tacciono sugli argomenti raccomandati dal Papa. Così i cattolici sono spaccati sull’immigrazione, sull’apertura ai divorziati risposati, sull’apertura alle donne per il diaconato, sulla infallibilità del Papa in materia dottrinale, sul clero gay, sull’obbedienza al Pontefice, sull’etica politica e sulla necessità di esercitarla come servizio, sull’aborto, sul fine vita, sull’utilizzo degli embrioni, e tanto altro. Con queste divisioni ci sentiamo autorizzati a condividere comportamenti razzisti, a fare la Comunione anche se non in grazia di Dio, di andare a Messa quando ne abbiamo voglia, di odiare chi non ci piace, evadere il fisco a piacimento, non curarci di comportamenti criminosi, non curarci di chi è nel bisogno vicino a noi, scartare a priori il dialogo con altre religioni.
Paolo Paganella, parroco di Gorino, interrogato sui fatti che l’hanno portato ad erigere barricate coi suoi parrocchiani per impedire l’arrivo di 12 giovani donne africane ha risposto: “Il Papa risponde di se stesso. Sono io che devo rispondere davanti a Dio.(*)
Poi ci sono i cattolici integralisti, quelli che hanno sposato in pieno le teorie salviniane sull’accoglienza, come Socci che proclama: “Noi cattolici siamo con don Salvini”. Salvini stesso che afferma: “Il mio Papa è Benedetto” (*), come se le dimissioni del primo ammettessero due linee guida. Questi “salvatori” della religione cristiana fanno parte di quella schiera che considerano dannosi i tentativi di Francesco di mantenere il dialogo con i musulmani in nome di una supremazia cattolica che di fatto non c’è, grazie al laicismo imperante che governa tutti gli eventi. Quindi, anche se i fedeli della religione islamica sono da seguire con attenzione, a maggior ragione il dialogo attenua il pericolo di una pericolosa radicalizzazione.
La resistenza passiva a Bergoglio è testimoniata tutt’oggi là in quelle nazioni dove non si vuole scoperchiare la rete degli abusi secondo la tolleranza zero chiesta dal Pontefice. Tranne in alcune nazioni, la stragrande maggioranza delle conferenze episcopali non ha organizzato nessun tipo di struttura a cui possano rivolgersi le vittime per denunciare e ottenere giustizia (*).
Cosa riservi il futuro al popolo di Dio è difficile immaginare, quello che è probabile è un logorante braccio di ferro tra i cardinali della curia; se è vero che “le porte degli inferi non prevarranno contro la Chiesa”, sarà lo Spirito a decretarne l’esito.

(*)Fonte: LA SOLITUDINE DI FRANCESCO di Marco Politi – Editori Laterza

mercoledì 27 novembre 2019

CHE CONFUSIONE...


In nome del popolo italiano… gli italiani prima di tutto. Sono le frasi più ricorrenti pronunciate da tutti i politici che conosciamo.
Ma perseguono davvero tutti l’interesse nazionale? C’è ancora la destra e la sinistra? È ravvisabile una visione economica prevalente o camminiamo nella nebbia in attesa che qualcuno ci accenda una lucina per fare un altro passo?
Non c’è proprio da stare allegri. Se gli italiani sono arrivati al punto di premiare col loro consenso quelle forze politiche che neanche governando con una maggioranza schiacciante ci hanno migliorato la vita, anzi, vuol dire che siamo più disposti a una deriva autoritaria seguendo una linea coerente piuttosto che continuare in una democratica confusione. Ma che ne facciamo di tanti cervelli, che tutto il mondo ci invidia, se non sanno indicarci una coerente strada da percorrere? Nessuno disposto a difendere con coerenza e perseveranza le proprie convinzioni a favore di questo popolo? Intendiamoci, siamo un po’ tutti colpevoli per la deriva assunta da questo nostro Paese. È l’etica di ciascuno di noi che ha favorito la classe politica che abbiamo. Se ognuno si fosse pentito dei piccoli peccati commessi contro la Nazione (soprattutto pagando o lavorando in nero) e di conseguenza avesse difeso valori e principi validi per tutti evitando di difendere “chi” ci faceva comodo, oggi avremmo una burocrazia più efficiente e una classe politica più preparata e più disposta a servire con coraggio il proprio Paese, cosa di cui abbiamo un bisogno estremo.
Mentre ci lamentiamo delle piccole tasse, spendiamo un sacco di soldi, che diciamo di non avere, in viaggi, vacanze e ristoranti. Quelli che erano poveri ora sono alla canna del gas, mentre tutti gli altri possono permettersi scelte che per i tempi che stiamo attraversando sono da considerare di lusso. Questi ultimi a loro volta sì dividono in due categorie: la prima è ricca grazie al proprio lavoro, mentre la seconda lo è perché ha preso delle scorciatoie. Stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità! È una campana che dovrebbe risuonare ogni giorno per convincerci che ci sono delle priorità che ci dovrebbero impegnare tutti nel portarle a compimento, consapevoli di dover fare un piccolo sacrificio per realizzare una fiscalità più equa. Migliorare la nostra società, anche economicamente, vorrebbe dire infatti portare benessere ad ogni famiglia, ma per farlo occorrono quattrini e per una volta bisognerebbe che tutta la classe politica fosse chiamata, insieme per il bene dell’Italia, a scegliere la strada da prendere e dove reperire le risorse.
Qualcuno ha detto che non esiste più destra, sinistra e centro. A parte che le stesse persone scrivono sui “loro” giornali che al Governo ci sono quattro sinistre, ma è evidente in ogni caso che ci sono due “sindacati”: quello che difende il capitale in tutte le sue forme e quello che vorrebbe rappresentare i dipendenti e i pensionati, anche se fatica a riuscirci. Se ogni partito contenesse uno statista si troverebbe il giusto compromesso per accordarsi e costruire insieme un piano, non solo industriale, ma civico e sociale insieme, degno di quello che siamo, invece che accapigliarsi per ogni nonnulla sollevato come bandierina territoriale. Ne abbiamo visti di eccessi di difesa, di destra e di sinistra, e non ci hanno mai portato risultati positivi. Se continueremo sulla stessa strada ci troveremo di sicuro con un governo stabile, ma pagheremo cara la nostra cocciutaggine nell’aver creduto che fosse possibile coniugare un sano bilancio statale e la riduzione del debito colossale con insostenibili promesse elettorali senza pagarne un prezzo salato.
L’unico modo per non farsi male è quello di accordarsi. Ma ci riusciranno?

giovedì 29 agosto 2019

ASPETTANDO...


Nella mia testa l’Ospice era l’ultima dimora terrena di un condannato che non si rendeva per niente conto di dove si trovasse esattamente. Allorquando, per necessità, ho dovuto fare i conti con questa struttura, questo mio ragionamento è stato smontato alla vista di persone che giravano nei corridoi col corredo delle loro flebo, probabilmente antidolorifici.
Nel turbamento per la scoperta di questa nuova realtà, ho provato a interrogarmi su cosa possa passare nella testa di quei pazienti che, con apparente naturalezza, vanno incontrando nei corridoi i parenti dei ricoverati. Non essendo possibile una relazione diretta per ovvie ragioni, una risposta ai miei interrogativi non c’è. Allora ho cercato di immedesimarmi in quello stadio di malattia e ragionare per me stesso dal momento che è arrivata la sentenza: ti rimangono pochi giorni di vita.
È il primo trauma, tanti che siano, hai poco tempo da dedicare alle tue passioni, ai tuoi interessi, ai tuoi cari. Ogni giorno che passa il cuore viene schiacciato sempre di più in una morsa implacabile ed aumenta la sensazione di panico.
Sei solo a lottare contro la morte perché sei cosciente che nessuno può cambiare il corso degli eventi. Non voglio morire! Purtroppo è necessario prepararsi al passaggio, un salto nel buio al quale solo i Santi sono preparati.
Immagino che la Fede possa aiutare molto, ma lasciarsi andare, rassegnarsi e prepararsi richiede una notevole forza d’animo e questa forza, per chi non ce l’ha, va trovata con l’aiuto di qualcuno in cui si crede, che sia amico o familiare.
Come vivere quello che rimane?
Gli sviluppi della malattia possono concedere di stare nella propria abitazione o rendere necessario il ricovero in strutture specializzate come l’Ospice.
Nel primo caso non so come agirei. Non so se reggerei le visite dei parenti e conoscenti o se invece cercherei ogni tipo di contatto. Non so neppure se sarei in grado di vedere con altro occhio le cose che mi hanno circondato ogni giorno fino alla sentenza. Di una cosa però sono sicuro: vorrei godermi fino alla fine la mia famiglia.
Ricoverato in una struttura sarebbe sicuramente più triste è avvilente. Il ritmo delle visite parenti con quelle del personale medico-infermieristico, i familiari costretti a convivere in una struttura controllata, renderebbe più penosa la permanenza.
E una volta solo? Guardare la sera finire e la notte a cominciare pensando cosa? Che il tempo vola via veloce! Cosa mi attende? A te che cammini trascinando il tuo trespolo, cosa vai pensando? Stai cercando di mostrarti forte per attenuare la sofferenza dei tuoi cari? O hai accettato il responso come un soldato mandato in battaglia? È accaduto a tanti. Questa volta tocca a me.
Nell’ultimo contatto coi nostri simili forse ci renderemo conto di come siamo riusciti a complicare le nostre relazioni e i nostri sentimenti. Non c’è più tempo per rimediare, c’è solo il tempo per interrogarci sulle azioni compiute.
Dio mio, vienimi incontro, aiutami a staccarmi senza paura da questa vita terrena con la certezza che Tu mi stai aspettando.

domenica 23 giugno 2019

QUANTO È GRAVE?


Quando la salute di una persona viene messa a rischio a causa di una malattia, ci affidiamo al personale sanitario; più grave è la malattia, più alte sono le attenzioni dei medici, dei parenti, degli amici e conoscenti.
Così dovrebbe essere nelle relazioni sociali. Solo che la gravità sociale di una comunità non è percepita da tutti allo stesso modo.
A parole si può riconoscere che certi segnali non sono positivi, ma convincersi che è necessario che tutti insieme esaminiamo questo malessere è tutta un’altra questione. Naturalmente non si vuole sottovalutare la mole degli impegni che le autorità già hanno, ne la complessità che oggi assume un rapporto sociale, ne la sicurezza che quello che si va proponendo sia sufficiente o risolutivo, neppure che quello che segue sia del tutto condivisibile, tuttavia è importante provarci, solo dopo averlo fatto si possono valutare gli esiti.
Proviamo ad esaminare alcune delle mancanze che non favoriscono lo svolgersi armonioso delle relazioni riguardanti sia l’aspetto civile che quello religioso:
CIVILE
1)      Mancanza di un piano sociale che individui i bisogni e le necessità delle persone;
2)      Abdicazione ai controlli e mancata individuazione di criteri di comportamento sul territorio, compresa la viabilità e i parcheggi;
3)      Assenza di un sostegno diretto ai giovani per individuare il percorso migliore di avvicinamento al lavoro;
4)      Mancanza di un’informazione diretta agli anziani delle normative di volta in volta emanate per loro e dei benefici cui hanno diritto;
5)      Mancanza di un’istruzione web di base per rendere indipendenti il più possibile i cittadini nella dichiarazione dei redditi e altri doveri telematici;
6)      Il dedicare nell’anno almeno un incontro per ogni categoria di persone (adolescenti, giovani, adulti, anziani) per sentire le loro opinioni;
7)      Mancanza di una pro-loco che coinvolga più persone possibili.
RELIGIOSO
1)      Necessario per tutti i credenti di trasformare la “Parola” in quotidiano vissuto in mezzo ai fratelli;
2)      Necessario che i responsabili parrocchiali ai vari livelli traducano coerentemente quello che viene “predicato”;
3)      Parlare più spesso dei cristiani perseguitati;
4)      Necessario aumentare la presenza del sacerdote nelle famiglie;
5)      Necessario che, quando è possibile, il sacerdote eserciti la mediazione per raggiungere concordia e rappacificazione;
6)      Si apra ai pellegrinaggi spiegandoli e raccomandandoli alla devozione;
7)      Si apra alle gite sociali per aumentare la conoscenza reciproca e aumentare le relazioni;
8)      Si apra a una collaborazione con l’Amministrazione comunale specialmente ai punti 1-3-4 per quanto possibile quando una parte non sia sufficiente;
9)      Necessario rielaborare i criteri organizzativi dell’oratorio;
10)  Necessario riportare all’interno del Consiglio economico la gestione di tutte le pratiche della parrocchia;
11)  Indispensabile rendere trasparenti i Bilanci.
Se ci fosse uguale convincimento nell’individuazione delle cure, questa comunità diventerebbe un esempio da imitare; ma sembra che non sia così…
Pur con un associazionismo esteso, volontariato elevato e capacità dei singoli invidiabile, procediamo sfilacciati dissipando spesso il nostro tempo in tante attività che lasciano i problemi principali esattamente come stavano. La speranza si trasforma in sfiducia, che ci blocca, che ci porta al sospetto e al pregiudizio facendoci perdere la visione di insieme.

venerdì 23 novembre 2018

ETICA E IPOCRISIA


Quante volte abbiamo sentito giustificazioni e determinazioni in nome del “popolo”, ma di quale popolo si tratti lo si vede dai risultati: la popolazione più povera diventa sempre più povera. Nessun partito è esente da responsabilità: tutti infatti hanno parlato bene e razzolato male in nome di un potere che hanno cercato in tutti i modi di tenersi stretto, lasciando inascoltate le richieste provenienti da una gran parte di società che invocava aiuto. Dal 4 marzo, le forze che volevano il cambiamento, hanno ricevuto una delega pesante in termini di voti, ma con numeri insufficienti per governare da soli. I due partiti principali, costretti a stare insieme con programmi differenti, hanno così potuto constatare quanto sia difficile passare dalle parole ai fatti.
“In nome del popolo italiano” stanno minando quel minimo di stabilità che aveva bisogno si di una sana revisione, ma non di un salto nel buio che ci sta conducendo verso il baratro. E noi, nonostante questa manovra disastrosa, nonostante i lamenti che si alzano da una grossa fetta della popolazione italiana che fatica a mettere assieme il pranzo con la cena, tranquilli che quelle scelte vadano bene per noi, continuiamo, come prima, a riempire le cabine delle navi da crociera, ristoranti e pizzerie, senza fiatare, come se fossimo la nazione più benestante al mondo.
Dove è finita la solidarietà e la giustizia sociale? Dove sono quelle politiche che servono ad aumentare l’efficienza dello Stato, ad aumentare davvero la sicurezza, ad aiutare i più deboli, a sconfiggere l’evasione fiscale, a eliminare gli sprechi, migliorare la sanità e fare in modo che la scuola faciliti l’ingresso nel lavoro dei giovani? Tutte queste cose sarebbero possibili solo con il recupero di risorse per mezzo di controlli a tutti i livelli da parte della Guardia di Finanza, dai Carabinieri e dalla Polizia in grado di poter assolvere al proprio compito con un numero adeguato di personale da poter individuare a campione chiunque sia da ostacolo alla formazione di una solida ed efficiente finanza statale basata sul rispetto delle regole. Questo dispiegamento di forze ha un costo non indifferente che però è in grado di ripagarsi ampiamente. Ma bisogna volerlo. Paradossalmente sono in pochi ad auspicare che questo avvenga. Il lavoro nero trionfa in ogni dove e riguarda tutti da vicino. Grazie anche alla miopia e i cattivi esempi di buona parte della classe politica, oggi non esiste una diffusa etica statale bensì un’etica narcisistica che cerca prima di tutto il proprio tornaconto.
Si ripete quello che sta avvenendo nell’ambiente: chi non è toccato dall’inquinamento che uccide non si scomoda per chi viene avvelenato; non protesta. L’evasione fiscale, come l’ambiente, ci avvelena; è il nostro più grande problema, quello che ci condanna a non avere soldi per dare risposte giuste ai cittadini in difficoltà; che ci spinge ad offrire alibi alla cattiva politica distruggendo la convivenza civile.
Nonostante il giornalismo d’inchiesta ci metta sotto il naso ogni giorno ogni sorta di imbroglio, continuiamo ad affidarci a coloro i quali si definiscono salvatori della patria (di ogni colore vestiti) anche quando ci fanno del male in modo palese.
Viviamo nell’ipocrisia quotidianamente e la maggior parte di noi è rassegnata a conviverci perché la mancanza di etica da parte dei singoli impedisce di vedere l’onestà e la determinazione di qualcuno che non si rassegna a veder calpestati i diritti dei più deboli e si industria per smascherare i “pupari” e le loro marionette. Se non riusciamo a scorgere quello che è bene e quello che è male per i nostri figli e per i nostri nipoti rimarremo schiacciati nelle nostre case con i nostri piccoli interessi. Già siamo riusciti a condizionarli nella loro legittima aspirazione ad esprimere in piazza il loro pensiero in nome della difesa di un “buon comportamento”, il nostro, (come sono lontane le stagioni della protesta degli studenti), poi ci pensiamo noi a difenderli dagli insegnanti se sono piccoli o lasciamo che lo facciano loro se sono grandi.
Ipocrisia e mala politica vanno a braccetto! Guardiamo negli occhi i nostri figli e chiediamoci se meritano quello che gli stiamo preparando.

sabato 1 settembre 2018

TROPPO TARDI?


Senza tornare troppo indietro nel tempo, basterebbe concentrarsi sulle apparizioni di Fatima o alle più recenti rivelazioni del 12 aprile 1947 della Madonna a Cornacchiola (Roma) per rendersi conto che una gran parte dell’umanità non ha creduto alle parole della Madre di Dio.
Se si uccide Dio, si uccide anche se stessi, si uccide l’anima dell’uomo che diventa cieco e si avvia alla sua autodistruzione.
L’imbarbarimento del comportamento umano, i cosiddetti fenomeni naturali ai quali l’uomo preferisce attribuire carattere eccezionale piuttosto che difendersi da quelli peggiori che seguiranno, la negazione della fede e della preghiera, stanno preparandoci alla fine di questo mondo.
Per frenare l’inarrestabile caduta bisognerebbe pregare molto perché il genere umano si rendesse conto dell’ineluttabile e cominciasse con umiltà ad intervenire radicalmente sui comportamenti, sulle strutture e sul suolo. Ma solo un grande miracolo ormai potrà salvarci. Pare che ai più appaia consolatorio pensare che probabilmente non saranno gli attuali viventi a soccombere, come se non esistessero più i legami umani e i figli degli ultimi viventi non fossero essi stessi di una famiglia.
Purtroppo anche queste leggerezze imperdonabili sono legate al rifiuto di Dio. Non vogliamo vedere, non vogliamo sentire e l’eternità ci ostiniamo a ritenerla una sciocchezza da raccontare ai bambini.
Come possiamo pensare che cessino le calamità, gli odi tra i popoli e tra le persone, il terrorismo e le ingiustizie senza un aiuto soprannaturale a sostegno delle nostre debolezze?
No, temo che ormai sia troppo tardi per rimediare al male fatto alla Terra e troppo tardi per trarci dai guai da soli. E’ sempre stato Dio a liberare l’uomo! L’uomo da solo, nonostante le innumerevoli scoperte scientifiche, non è riuscito ancora a guarirsi dal raffreddore (è un ricordino, questo, che Dio ha lasciato agli uomini di scienza come invito ad essere più umili).
Nonostante questa teoria possa apparire qualunquista, moralista o disfattista, per chi ancora pensa che ci sia un Dio che ci attende come un giusto giudice che stabilirà la nostra dimora per la vita eterna, c’è un sacco di lavoro da fare: contrastare con tutte le nostre forze la mentalità corrente opponendo le nostre convinzioni, come siamo capaci, cercando di essere esempi coerenti, senza lasciarci scoraggiare se non siamo proprio Santi; desiderare di esserlo sarebbe già un grande traguardo; poi pregare, pregare, pregare …

lunedì 12 febbraio 2018

PERCHÉ E… PER CHI?

Aspetterò fino all’ultimo momento prima di decidere che fare, per il momento nella mia testa la delusione e sconcerto regnano sovrani.
Ormai penso che nessuno attribuisca più all’anti-casta una valenza negativa poiché i nostri politici hanno già dimostrato a sufficienza da soli quanto siano “casta” auto referenziata e autorigenerante. Essa è del tutto impermeabile a qualsivoglia modifica che la possa rendere più vicina alle vicissitudini dei comuni mortali che rappresenta (da questo giudizio salvo solo alcuni parlamentari che, sebbene non abbiano abbandonato lo scranno pensando di poter incidere in qualche modo, hanno mostrato onestà e buona volontà).
In quanto ai “nuovi”, hanno già dato prova di inconsistenza non chiarendo esplicitamente e pubblicamente il loro pensiero politico e sociale e a me non basta la “riduzione dello stipendio”.
Non abbiamo bisogno di sirene ma di persone che ci mettono la faccia dicendo la verità sulle possibilità offerte dalle casse statali. Tuttavia non sono così ottuso da non capire che la verità che paga oggi è l’assicurazione della conservazione dei privilegi conseguiti. Nessuno dei nostri politici è interessato a risolvere veramente (se non a parole) i conflitti sociali portando un po’ di giustizia e maggiore solidarietà. L’esecutivo balbetta e le opposizioni speculano. “Fanno il loro lavoro” mi si dice. Con un macigno al collo qual’è il nostro debito pubblico, l’inefficienza dei loro di governi quando hanno amministrato, si può ben dire che “fanno il loro lavoro”, si, nel senso che fanno i loro interessi e non quelli del popolo che annaspa in mille difficoltà. Chi potrei votare?
Ho votato ancora turandomi il naso: ma ora non più. Però piuttosto che non recarmi alle urne sceglierei scheda bianca, pensando che se tanti elettori facessero altrettanto la percentuale attribuita agli eletti sarebbe così bassa da rendere ridicola la loro rappresentanza.

Disertare le urne consente a tutte le parti in causa di attribuire agli altri le responsabilità, compresi gli stessi elettori, mentre la scheda bianca abbassa la percentuale dei voti attribuiti incollando ogni partito o coalizione alle proprie responsabilità. Facciamoli ritornare nella realtà!

giovedì 23 novembre 2017

NON FACCIAMO LE CORNA - Riflessioni

La morte è un argomento che, al solo accenno, a un buon numero di persone fa muovere automaticamente la mano in segno di scongiuro, anche se il parlarne non ha mai abbreviato la vita a nessuno.
Se ne dovrebbe parlare sin dalla prima infanzia, perché i bambini costruiscono con logica i loro ragionamento, meglio di noi adulti. Il tenerli lontano dalla morte dei nostri parenti non li aiuta a crescere nella consapevolezza che la nostra vita ha un limite.
Sin dalla nascita siamo educati e cresciamo come se la nostra vita avesse durata illimitata. Questo “peccato originale”, rubandoci la consapevolezza del tempo limitato di cui disponiamo, inquina i nostri rapporti umani togliendoci gran parte della gioia e serenità che ci sarebbe toccata.
Sappiamo tutti che non è facile immergerci ogni momento nella consapevolezza della nostra caducità. Non è facile per uno che crede in Dio e non lo è per chi non crede a nulla.
Per il credente il trapasso dovrebbe essere un fatto del tutto naturale, la realizzazione di un atto di fede.
Per una tipologia di non credente (positivo) basta un comportamento corretto e onesto con le persone per la miglior convivenza possibile su questa terra; per un’altra (negativo) è lo sfruttare tutte le occasioni piacevoli che si presentano perché con la morte si esauriscono tutte le possibilità.
In ogni caso per essere sempre pronti “con la valigia in mano” dovremmo essere Santi. E non è un’ affermazione di scoraggiamento o di impotenza bensì la presa di coscienza di essere imperfetti e di aver bisogno, i credenti, della misericordia di Dio per poter guadagnare la vita eterna, un equilibrio psico-fisico basato su ciò che è bene e ciò che è male, per i non credenti.
I non credenti (positivi) potrebbero dire: io sono onesto e vivo d’amore e d’accordo con tutti e faccio una vita serena fino alla fine dei miei giorni: il dopo non mi riguarda. Sappiamo però che nessuno è capace di non compromettere mai alcuna relazione per tutta la vita; e poi, quando è il momento, davanti al nulla, è così tranquillo il passaggio?
Lo strappo del distacco da questo mondo genera un sentimento di paura dell’ignoto, un sentimento umano che attesta la nostra fragilità: per mancanza di fede o perché la presunta razionalità non è in grado di spiegare questo mistero.
Solo una grande fede può alleviare il passaggio alla vita eterna. “Io invidio voi che credete nell’aldilà perché avete una speranza che io non ho” ebbe a dirmi un’amica un po’ di tempo fa. Questa è ciò che differenzia i credenti dai non credenti: la speranza che, sostenuta dalla fede, ci concede di prepararci, con trepidazione si, ma con la sicurezza sul nostro futuro. Tutto questo sarebbe automatico se fossimo davvero seguaci di Cristo; ma siccome siamo lontani dall'essere “trafitti” dalla sua passione, abbiamo paura della morte e continueremo ad averne fino a quando avremo accettato di averla a fianco sul cammino della nostra vita.
Infatti “prima di essere credenti dobbiamo essere credibili” ci diceva P. Abramo agli esercizi spirituali, e per essere credibili bisogna essere esemplari col proprio comportamento quotidiano.

Se la morte ci accompagnasse come un Angelo custode potremmo anche scherzarci insieme e, come nella barzelletta, dirle: “Diga al Signur che ta met mia troat”. Potremmo scoprire che a non demonizzarla riusciamo a campare di più.

lunedì 6 novembre 2017

TAPPARE I BUCHI O CAMBIARE COPERTA?


La coperta corta dell’INPS assomiglia molto al cane che si morde la coda. L’Istituto, tacendo sulla necessità di separare la “previdenza” dall’ “assistenza”, asseconda gli esecutivi nell’idea ottusa di mescolare interventi diversi che creano confusione e non permettono una corretta informazione sulla reale situazione dei conti e della sostenibilità della spesa pensionistica.
La differenza tra assistenza e previdenza nasce dall’articolo 38 della nostra Costituzione che identifica la prima nel capitolo 1 e la seconda nel capitolo 2.
L’assistenza ha come obiettivo quello di tutelare i soggetti in condizioni di bisogno ed è attuata direttamente dallo Stato, Regioni ed Enti Locali con risorse derivanti da imposte. Può esplicarsi in forme diverse: economiche o prestazioni sociali.
La previdenza si basa, invece, su prestazioni derivanti esclusivamente dai contributi versati durante l’attività lavorativa (da parte dei lavoratori e dei datori di lavoro). Si tratta, in sostanza, di un salario “differito”.
Tutti devono poter vedere quanto sia falsa l’dea che il sistema di previdenza (cioè la raccolta dei contributi dei lavoratori impiegati per il pagamento delle pensioni regolari) sia in deficit, e quanto pesa invece l’assistenza per tutti gli altri interventi che sono stati appioppati all’Istituto, come la Cassa Integrazione, le integrazioni pensionistiche, l’invalidità civile, le indennità di accompagnamento e tante altre voci. Vogliamo affidare tutto all’Inps? Facciamolo pure, mantenendo però separate le gestioni in modo che ognuna sia sempre trasparente e quando si parla di pensioni si sappia sempre se sono sostenibili o per quanto non lo sono, lasciando alla fiscalità generale quello che non attiene al sistema.
Se tutta la propaganda a scapito dei pensionati fosse fatta a favore della trasparenza, nei fatti e non nelle parole, troveremmo molte più persone di buon senso a fare proposte affinchè i conti possano tornare e i problemi risolti.
In questo momento c’è sul tavolo dell’esecutivo la richiesta di bloccare l’automatismo che porta ad andare in pensione più tardi quando l’aspettativa di vita aumenta. Il presidente Inps se l’è cavata con un “…guardiamo il bicchiere mezzo pieno: campiamo di più”; se avesse fatto il camionista o l’addetto alle colate o il muratore quella battuta se la sarebbe risparmiata. I numeri non hanno sentimenti, sono freddi nella loro espressione e se si guardano senza tener conto da dove provengono e cosa devono generare tolgono qualsiasi contatto con la realtà e ai bisogni dei quali la società è permeata.
La spasmodica ricerca di voti, come sterco del diavolo, impedisce un civile confronto sulla “coperta disponibile” per cercare una soluzione che rispetti giustizia e solidarietà. La nostra è una società perversa nella quale non si può togliere a chi ha di più per dare a chi ha di meno senza sollevare ricorsi alla Corte di Strasburgo. Non si possono limitare i privilegi, che sono ancora tanti, senza che si alzi il grido “non si toccano i diritti acquisiti” ma ancora nessuno è riuscito a spiegare la differenza tra il grido dei ricchi e quello dei poveri elevatosi dopo la spietata Legge Fornero.
Buonismo, clientelismo, opportunismo, servilismo, disfattismo, insieme alla miopia dovuta alla gestione del potere, continuano ad impedire la risurrezione di una nazione come l’Italia che potrebbe benissimo vivere nel benessere assicurando giustizia e solidarietà. Si dà spesso la colpa alla burocrazia senza tener conto dell’opposizione che le forze politiche hanno frapposto ad ogni tentativo di semplificarla veramente.
A nessun giornale o testata televisiva, men che meno ai politici, interessa studiare la solidarietà offerta dagli italiani al terzo settore, solidarietà economica e prestazioni di volontariato; se lo facessero scoprirebbero quanto è viva l’aspirazione a una vita sociale moderna e rispettosa della dignità di ognuno. Ma questo traguardo di maturità pretende che le Istituzioni per prime diano l’esempio e abbandonino la sterile polemica politica per risolvere uno ad uno i problemi che sono sul tavolo: quello della previdenza è uno dei più importanti.
La richiesta di bloccare l’automatismo di uscita dal lavoro è fattibile? A mio parere in questa prima fase non è possibile se non per pochissime categorie usuranti, e anche in questo modo non è facile trovarne la copertura, ma ci si può arrivare. Come? Innanzitutto mettendo mano alla riforma della Giustizia per avere tempi certi (e corti) per ogni grado di giudizio. In secondo luogo le leggi dovrebbero poter essere applicate dai giudici immediatamente e non interpretate a seconda di una propria dottrina. Ogni rappresentante dei cittadini, eletto ad ogni livello, dovrebbe essere sospeso senza compenso subito dopo la condanna di primo grado; qualora fosse dimostrata la sua innocenza nei gradi successivi, dovrebbe aver diritto agli arretrati e all’integrazione nel suo ruolo per tutto il periodo di legislatura che gli è stato sottratto sottoponendosi alla procedura giudiziaria. Fatta una giustizia così non dovrebbe essere difficile passare a ulteriori passaggi legati a minori spese e a maggiori incassi. Le minori spese potrebbero essere, per esempio, l’abolizione dei bonus a pioggia, la riduzione delle detrazioni fiscali per interventi non strategici, la riduzione degli interventi militari all’estero e la dismissione di tutte le strutture militari non più necessarie a mantenere il grado necessario di difesa nazionale. Le maggiori entrate potranno essere assicurate da un maggiore controllo investigativo sui patrimoni per reprimere l’evasione, ancora molto elevata; un’altra fonte potrebbe derivare da un’imposta di solidarietà sui patrimoni più alti su base famigliare (come l’ISEE) e l’aumento del costo orario per i lavori prestati per breve periodo. Sicuramente le risorse non basteranno ancora, ma dopo queste iniziative la concertazione con le parti sociali saprebbe recuperare la differenza.
Mafia in genere e corruzione se debellate risanerebbero in breve l’Italia dal debito pregresso e la lancerebbe nell’Olimpo dei virtuosi. Ciò significa che maggiori controlli assicurano maggiori entrate a prescindere, oltre che a creare maggiore sicurezza. Maggiore sicurezza accompagnata da una snella burocrazia attirerebbe interesse internazionale e quindi ulteriori risorse.  Invece che migliorare la macchina dello Stato si continua a perseguire la riduzione delle spese nei servizi essenziali aggravandone il costo per il cittadino che si impoverisce, poi diamo il bonus per compensare quello che abbiamo tolto.

Riepilogando: se non si fanno controlli per recuperare imposte evase, non si ha coraggio di imporre solidarietà ai ricconi, si sperperano risorse pubbliche, non si ha una giustizia giusta e non si hanno politici esemplari è meglio fare fagotto e lasciare che altri si cimentino a guidare l’economia nazionale, perché matureremo la pensione dopo morti e vana sarà la speranza di trasformare il nostro paese in una macchina moderna studiata (ricerca), collaudata (aiutata) e produttiva (perfetto equilibrio tra ottimi servizi erogati e costi sostenuti). 

mercoledì 6 settembre 2017

ATTENTI AI TRE

La parola più diffusa al mondo penso che sia “amore”. Ma questo sentimento, così ricercato, è sfuggente come un’anguilla: quando credi di possederlo ti scappa via senza che tu possa fare nulla per trattenerlo. Tutto per colpa di almeno tre organi del nostro corpo: gli occhi, la bocca e le mani. I genitori non insegneranno mai abbastanza ai loro figli l’esercizio dei muscoli che li azionano.
Gli occhi.
Gli occhi sono lo specchio dell’anima. Possono essere trasparenti o impenetrabili; innocenti o colpevoli; sereni o misteriosi. L'espressione deriva dalla personalità, da come l’individuo è abituato a guardare la realtà quotidiana.
La bocca.
La bocca è l’organo che forma il sorriso, la più bella risorsa di una persona. Anche questo deriva dalla personalità ed abbonda sulla bocca di chi è stato educato alla positività della vita.
Le mani.
Le mani non sono solo il mezzo per servire il proprio corpo, sono anche un mezzo di comunicazione. Una stretta di mano calorosa non parla allo stesso modo di una stretta fugace; una mano incoraggiante sulla spalla di un amico scalda il cuore; le carezze sono segno di affetto; e comunque tutti i contatti che le mani hanno nei confronti delle persone segnalano un avvicinamento, un affinità; al contrario la resistenza al contatto segnala freddezza e distacco verso l’altro.
L’incontro con una persona dagli occhi sereni che con un grande sorriso ti stringe calorosamente la mano è senz’altro quello di un amico che ti può toccare il cuore.
L’assenza di uno dei “tre”, invece, obbliga a un maggiore approfondimento: tristezza, paura, timidezza, dolore possono essere i sintomi più comuni; ma anche cattiveria, egoismo, superbia, avarizia e discriminazione. Occhio ai tre! Impariamo ad osservarli per … capire la persona o le persone con le quali vogliamo camminare.

martedì 7 febbraio 2017

DEVE SENTIRSI SOLO?

Mi chiedo quanto serva lo sdegno per un’azione platealmente vile, si, ma allo stesso tempo da mettere in conto, a fronte dei grandi passi con i quali ci precede Papa Francesco guidandoci verso la tolleranza e l’amore. Infatti il livore dell’anticlericalismo oggi non sarebbe comprensibile davanti all’opera di pulizia intrapresa da Francesco all’interno della Chiesa; è invece perfettamente logica se si giudica tutto questo opera del demonio. Lui crea il male e le lacerazioni all’interno dei ministri della Chiesa (e tra noi stessi) e poi si delizia a tormentare le loro e nostre miserie, ma soprattutto se la prende con chi ha capito la sua strategia e cerca in ogni modo di contrastarla. Non è una novità, i Santi ne sanno qualcosa.
Ci sarebbe piuttosto da chiedersi: ma noi, riflettiamo veramente su quello che il Papa va dicendo? O ci facciamo abbindolare dai soliti “dispensatori di verità” che sanno vedere solo i difetti del clero e mai i loro o quelli di chi li rappresenta? Costoro sono quelli che guardano l’avvicendarsi degli avvenimenti sociali e politici tifando or per un leader or per l’altro, sbagliando sempre, accumulando delusione e rabbia in continuazione. Il sistema politico e sociale italiano è rimasto fermo con i suoi gravi e conclamati difetti da decenni, mentre la Chiesa, con gli ultimi papi, ha riconosciuto i propri errori e chiesto perdono a Dio e ai fratelli; Papa Benedetto e Papa Francesco hanno iniziato a pulire “l’aia” della Chiesa cercando di ricondurre le finalità delle variegate componenti il mondo cattolico all’unità con i fratelli. Si può ritenere che ci sia molta strada da fare, ma è l’unica istituzione ad aver fatto dei “veri” progressi verso tutta la società contemporanea. Riordiamoci sempre che il Papa è ritornato a ricoprire il ruolo che Gesù ha affidato a San Pietro, e non è quello di gendarme.
Un piccolo spunto su cui riflettere (fa bene anche ricordare): gli unici in Germania a battersi contro Hitler e le sue teorie ariane sono stati pochi cristiani coraggiosi della Chiesa confessante (guidati da Bonhoeffer) che hanno pagato con la vita la loro indisponibilità a tradire il messaggio evangelico. Sono stati abbandonati da tutti in cambio della “tranquillità”.
Questa era la bandiera degli altri cristiani: cristiani tedeschi
Stiamo ripetendo gli stessi errori: in cambio di “tranquillità” ci accodiamo all’andazzo attaccando ogni messaggio di speranza, di solidarietà e di amore che persone di coraggio (numerosi parroci di paese, rappresentanti delle Congregazioni religiose, esorcisti, laici impegnati) non si stancano di ripetere in nome di una società da salvare dall’abisso; ci lascia del tutto indifferenti perfino che i cristiani siano i più perseguitati al mondo. E cosa sono, dei puri? Certo che no, sono umani e come tutti noi sono insieme bene e male, cercano di seguire coerentemente un percorso e ostinatamente rimangono sulla stessa strada perseguendo i loro ideali. Ma ad onor del vero a sacrificarsi per i bisognosi loro ci sono.

Non dobbiamo preoccuparci dunque di un manifesto (a sottolinearne l'immoralità è la sua commercializzazione in internet, e la viltà degli autori è attestata dalla difesa di numerosi quotidiani) ma quanto crediamo nell’opera di papa Francesco e quanto vogliamo che non si senta solo nel compierla.