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lunedì 14 settembre 2026

INTELLIGENZA ARTIFICIALE: URGENTE PARLARNE

 

All’ANTHROPIC, azienda di San Francisco, principale laboratorio al mondo per lo sviluppo dell’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, Jacob Coxon si è dimesso per motivi etnici.

Prima di lui, Mrinank Sharma, si era dimesso per obiezione di coscienza motivata dall’assenza di misure di sicurezza nell’addestramento di “superintelligenze” che potrebbero sfuggire al controllo dell’uomo e diventare un rischio esistenziale per l’umanità entro il prossimo decennio, che. secondo Evan Hubinger, responsabile della ricerca sui comportamenti indesiderati, ha probabilità superiore al 10%. Previsioni che fanno rabbrividire! Eppure, vi è già chi sostiene che sia un caso montato da ideologi oppositori allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. (Dal Giornale di Bs 13/9/26 - Sara Bignotti).

La tecnologia bellica con le nuove invenzioni e nuove metodologie ha raggiunto una potenza catastrofica che nessuna grande potenza è in grado di misurare e nemmeno è in grado di sapere fino a che punto sia in grado di contrastarla. Così, davanti a pericoli occulti, ognuna delle parti in conflitto cerca di capire la forza che deve opporre e quali armi preparare; e siamo nell’umano. A maggior ragione, prima di abbandonarci al potere economico e alle tecnologie messe in atto con l’intelligenza artificiale senza alcuna morale, dovremmo capire se l’uomo ha la possibilità di controllare gli eventi oppure no.

Ecco perché deve preoccuparci che dei ricercatori gettino la spugna. Per noi rappresenta una provocazione e un monito ad ottenere, prima che sia troppo tardi, che l’intelligenza artificiale sia posta sotto il controllo dell’ESSERE UMANO che l’ha creata, non il contrario.


domenica 25 gennaio 2026

AVERE LE IDEE CHIARE

 Ritengo importante riportare il discorso del Premier Canadese che a Davos ha analizzato, come nessun altro, la situazione drammatica che sta vivendo oggi il nostro pianeta.



È un piacere – e un dovere – essere qui con voi in questo momento di svolta per il Canada e per il mondo.

Oggi parlerò della rottura dell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale, in cui la geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo. Ma vorrei anche sostenere che gli altri paesi, in particolare le medie potenze come il Canada, non sono senza poteri. Esse hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incorpori i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli stati.

Il potere dei meno potenti inizia con l’onestà.

Ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’era di rivalità tra grandi potenze. Che l’ordine basato sulle regole sta svanendo. Che “i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono”. 

Questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile, come la logica naturale delle relazioni internazionali che si riafferma. E di fronte a questa logica, c’è una forte tendenza dei paesi ad assecondare il sistema per stare bene. Per adattarsi. Per evitare problemi. Per sperare che il rispetto di questa logica garantisca la sicurezza. Non sarà così. Quindi, quali sono le nostre opzioni?

Nel 1978, il dissidente ceco Václav Havel scrisse un saggio intitolato Il potere dei senza potere. Nel saggio poneva una domanda semplice: come faceva il sistema comunista a mantenersi in piedi? La sua risposta iniziava con un fruttivendolo. Ogni mattina, questo negoziante espone un cartello nella sua vetrina: “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”. Non ci crede. Nessuno ci crede. Eppure espone il cartello lo stesso: per evitare guai, per segnalare la propria adesione al sistema, per tirare avanti. E poiché ogni negoziante in ogni strada fa lo stesso, il sistema persiste. Non solo attraverso la violenza, ma attraverso la partecipazione della gente comune a rituali che, in privato, sa essere falsi.

Havel definì tutto ciò “vivere nella menzogna”. Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla inclinazione di ognuno a recitare la propria parte come se fosse vera. E la sua fragilità deriva dalla stessa fonte: quando anche una sola persona smette di recitare – quando il fruttivendolo toglie il suo cartello – l’illusione inizia a incrinarsi.

È tempo che le aziende e i paesi tirino giù i loro cartelli.

Per decenni, paesi come il Canada hanno prosperato sotto quello che abbiamo chiamato l’ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, lodato i suoi princìpi e beneficiato della sua prevedibilità. Sotto la sua protezione, abbiamo potuto perseguire politiche estere basate sui valori.

Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era parzialmente falsa. Sapevamo che i più forti se ne sarebbero approfittati quando lo avrebbero trovato conveniente e che le regole del commercio venivano applicate in modo asimmetrico. E che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.

Questa finzione era utile, e l’egemonia americana, in particolare, ha contribuito a fornire beni pubblici: le rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, la sicurezza collettiva e il supporto a strutture per la risoluzione delle controversie. Così, abbiamo esposto il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai riti. E abbiamo ampiamente evitato di denunciare il divario tra la retorica e la realtà.

Questo patto non funziona più. Permettetemi di essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.

Negli ultimi vent’anni, una serie di crisi nei settori della finanza, della sanità, dell’energia e della geopolitica ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema. Più di recente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come arma. I dazi come strumento d’influenza. L’infrastruttura finanziaria come coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare. Non si può “vivere nella menzogna” del mutuo beneficio attraverso l’integrazione, quando l’integrazione stessa diventa la fonte della propria subordinazione.

Le istituzioni multilaterali su cui le medie potenze facevano affidamento – il WTO, l’ONU, la COP – ovvero l’architettura della risoluzione collettiva dei problemi, sono fortemente indebolite. Di conseguenza, molti paesi stanno giungendo alle stesse conclusioni. Devono sviluppare una maggiore autonomia strategica: nell’energia, nel cibo, nei minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento.

Questo impulso è comprensibile. Un paese che non può nutrire sé stesso, rifornirsi di energia o difendersi, ha poche opzioni. Quando le regole non ti proteggono più, devi proteggerti da solo. Ma dobbiamo essere lucidi su dove questo conduca. Un mondo composto da fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile.

E c’è un’altra verità: se le grandi potenze abbandonano persino la messinscena delle regole e dei valori per il perseguimento senza freni del proprio potere e dei propri interessi, i vantaggi del “transazionalismo” diventano più difficili da replicare. Gli egemoni non possono monetizzare continuamente le proprie relazioni.

Gli alleati diversificheranno per tutelarsi dall’incertezza. Cercheranno dei modi per mettersi al riparo dai pericoli. Aumenteranno le opzioni a disposizione. Ciò ricostruisce la sovranità: una sovranità che un tempo era fondata sulle regole, ma che sarà sempre più ancorata alla capacità di resistere alle pressioni.

Come ho detto, questa classica gestione del rischio ha un prezzo, ma il costo dell’autonomia strategica, della sovranità, può anche essere condiviso. Gli investimenti collettivi nella resilienza sono più economici rispetto al tentativo di ogni nazione di costruire la propria fortezza. Standard condivisi riducono la frammentazione. Le complementarità sono a somma positiva.

La questione per le medie potenze, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova realtà. Dobbiamo farlo. La questione è se ci adatteremo limitandoci a costruire mura più alte o se saremo capaci di fare qualcosa di più ambizioso.

Il Canada è stato tra i primi paesi a sentire la sveglia, e questo ci ha spinto a cambiare radicalmente la nostra posizione strategica. I canadesi sanno che la nostra vecchia e rassicurante convinzione, secondo cui la nostra posizione geografica e l’appartenenza a certe alleanze ci avrebbero conferito automaticamente prosperità e sicurezza, non è più valida.

Il nostro nuovo approccio si fonda su quello che Alexander Stubb ha definito «realismo basato sui valori» o, per dirla in altro modo, miriamo a essere di buoni princìpi e pragmatici al tempo stesso. Saremo di buoni princìpi nel nostro impegno verso i valori fondamentali: sovranità e integrità territoriale, divieto dell’uso della forza se non in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, rispetto dei diritti umani. Saremo pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono e che non tutti i partner condividono i nostri valori. Ci stiamo impegnando molto, strategicamente e con gli occhi aperti. Affrontiamo attivamente il mondo così com’è, senza aspettare che il mondo sia come vorremmo.

Il Canada sta calibrando le proprie relazioni in modo che la loro profondità rifletta i nostri valori. Stiamo dando priorità a un impegno ampio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi che ciò comporta e la posta in gioco per ciò che verrà dopo. Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza.

Stiamo costruendo questa forza nel nostro paese. Da quando il mio governo è entrato in carica, abbiamo tagliato le tasse sui redditi, sulle plusvalenze e sugli investimenti delle imprese; abbiamo rimosso tutte le barriere federali al commercio interprovinciale e abbiamo dato priorità a investimenti per mille miliardi di dollari in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora. Raddoppieremo la nostra spesa per la difesa entro il 2030, facendolo in modi che rafforzano le nostre industrie nazionali.

Ci stiamo diversificando rapidamente all’estero. Abbiamo concordato una partnership strategica con l’Unione Europea, che include l’adesione al SAFE, l’accordo europeo sugli appalti per la difesa. Negli ultimi sei mesi abbiamo firmato altri dodici accordi commerciali e di sicurezza in quattro continenti. Negli ultimi giorni abbiamo concluso nuove partnership strategiche con la Cina e il Qatar. Stiamo negoziando accordi di libero scambio con l’India, l’ASEAN, la Thailandia, le Filippine e il Mercosur. Per contribuire a risolvere i problemi globali, stiamo perseguendo la “geometria variabile”: coalizioni diverse per questioni diverse, basate su valori e interessi.

Sull’Ucraina, siamo un membro centrale della “Coalizione dei Volenterosi” e uno dei maggiori contributori pro-capite per la sua difesa e sicurezza. Sulla sovranità dell’Artico, siamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto unico di decidere il futuro della Groenlandia. Il nostro impegno verso l’Articolo 5 [della NATO, ndt] è incrollabile.

Stiamo lavorando con i nostri alleati NATO (inclusi i “Nordic Baltic 8” [un accordo di cooperazione tra Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia, Estonia, Lettonia e Lituania, ndt]) per mettere ulteriormente in sicurezza i fianchi settentrionale e occidentale dell’alleanza, anche attraverso gli investimenti senza precedenti del Canada in radar over-the-horizon, sottomarini, velivoli e truppe sul campo. Il Canada si oppone con forza ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere gli obiettivi condivisi di sicurezza e prosperità per l’Artico.

Sul commercio plurilaterale, stiamo promuovendo gli sforzi per costruire un ponte tra la Partnership Trans-Pacifica (CPTPP) e l’Unione Europea, creando un nuovo blocco commerciale da 1,5 miliardi di persone. Sui minerali critici, stiamo formando “club di acquirenti” ancorati al G7, affinché il mondo possa diversificarsi rispetto a forniture eccessivamente concentrate.

Sull’intelligenza artificiale, stiamo cooperando con le democrazie affini per garantire che non saremo costretti, alla fine, a scegliere tra egemoni e hyperscaler [i grandi fornitori di servizi cloud che gestiscono i datacenter, ndt]. Questo non è multilateralismo ingenuo. Né si tratta di fare affidamento su istituzioni indebolite. Si tratta di costruire coalizioni che funzionino, questione su questione, con partner che condividano abbastanza basi comuni per agire insieme. In alcuni casi, questo coinvolgerà la vasta maggioranza delle nazioni.

E si tratta di creare una fitta rete di connessioni attraverso il commercio, gli investimenti e la cultura, alla quale poter attingere per le sfide e le opportunità future. Le medie potenze devono agire insieme perché, se non sei seduto al tavolo, sei sul menu.

Le grandi potenze possono permettersi di procedere da sole. Hanno un mercato grosso, la capacità militare e la forza contrattuale per dettare le condizioni. Le medie potenze non possono. Ma quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che ci viene offerto. Gareggiamo tra noi a chi è più accondiscendente.

Questa non è sovranità. È una messinscena della sovranità mentre si accetta la subordinazione. In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i paesi che si trovano nel mezzo hanno una scelta: competere tra loro per ottenere favori o unirsi per creare una terza via che abbia un impatto. Non dovremmo permettere che l’ascesa dell’hard power ci renda ciechi di fronte al fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole rimarrà forte, se sceglieremo di esercitarlo insieme.

Questo mi riporta a Havel. Cosa significherebbe per le medie potenze “vivere nella verità”?

Significa chiamare la realtà con il suo nome. Smettere di invocare l’“ordine internazionale basato sulle regole” come se funzionasse ancora come promesso. Definire il sistema per quello che è: un periodo di intensificazione della rivalità tra grandi potenze, in cui i più potenti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come arma di coercizione.

Significa agire con coerenza. Applicare gli stessi standard agli alleati e ai rivali. Quando le medie potenze criticano l’intimidazione economica proveniente da una direzione ma rimangono in silenzio quando proviene da un’altra, stiamo continuando a tenere il cartello esposto in vetrina. Significa costruire ciò in cui affermiamo di credere. Creare istituzioni e accordi che funzionino esattamente come descritto, invece di aspettare che il vecchio ordine venga ripristinato.

E significa ridurre la forza contrattuale che permette la coercizione. Costruire una solida economia interna dovrebbe essere sempre la priorità di ogni governo. La diversificazione internazionale non è solo prudenza economica; è la base materiale per una politica estera onesta. I paesi si guadagnano il diritto di prendere posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni.

Il Canada ha ciò che il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica. Possediamo vaste riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri fondi pensione sono tra gli investitori più grandi e sofisticati a livello globale. Abbiamo capitali, talento e un governo con un’immensa capacità fiscale per agire con decisione. E abbiamo i valori a cui molti altri aspirano.

Il Canada è una società pluralistica che funziona. La nostra opinione pubblica è rumorosa, diversificata e libera. I canadesi restano impegnati sul fronte della sostenibilità. Siamo un partner stabile e affidabile in un mondo che è tutto fuorché questo; un partner che costruisce e valorizza le relazioni a lungo termine.

Il Canada possiede anche qualcos’altro: la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza. Comprendiamo che questa rottura richieda qualcosa di più di un semplice adattamento. Richiede onestà riguardo al mondo così com’è.

Stiamo togliendo il cartello dalla vetrina. Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo piangerlo. La nostalgia non è una strategia. Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, di più forte e di più giusto. Questo è il compito delle medie potenze, che hanno più di tutti da perdere in un mondo di “fortezze” e più di tutti da guadagnare in un mondo di cooperazione autentica.

I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme. Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia. Ed è una strada spalancata a ogni paese che voglia intraprenderla insieme a noi.

martedì 30 dicembre 2025

 


LA BOLLA DI SAPONE INTORNO AL POTERE

Chi gestisce il potere è assodato che sia trasportato a decidere in autonomia, a dispetto dell’uso frequente della frase “in nome del popolo italiano”. “Potere”  significa decidere di fare qualcosa, non poter fare o non poter decidere equivale a “impotenza”. Per governare in modo non autocratico, spesso, è necessario coalizzarsi rinunciando a qualche principio dei quali si è portatori. È esattamente quello che sta succedendo oggi in Italia e nel resto dell’Europa. Quando il generale Vannacci afferma che stiamo alimentando una guerra già persa si dimentica di qualificare quell’invasione come giusta o sbagliata; si dimentica di spiegare che quella guerra ha tolto la vita a centinaia di migliaia di persone e un esercito di feriti da una parte e dall’altra per un puro capriccio del potere; si dimentica di dire che l’aiuto fornito “con limiti” dall’Europa e dall’America è ben al di sotto delle necessità difensive di un popolo che preferisce l’annientamento all’umiliazione.

L’opposizione di alcune nazioni europee, non fanno altro che alimentare e manifestare sempre più la nostra debolezza e la nostra irrilevanza come UE, con grande soddisfazione di chi vorrebbe governare il mondo intero.

L’umiliazione di Zelensky alla Casa Bianca nello scorso Febbraio da parte di Trump e del suo vice e il tappeto rosso a Putin in Alaska ad Agosto, seguito da un accordo preconfezionato tra i due non è emblematico?

Quando mai il “potere” fine a sé stesso ha prodotto benefici alla popolazione? “Armatevi e partite” è il detto popolare più azzeccato della storia. Per stare alla narrazione degli ultimi conflitti: dopo la carneficina della Prima guerra mondiale, la protesta contro la miseria e la fame è stata stroncata dal “potere” utilizzando lo squadrismo fascista, lo stesso “potere fascista”  che ci abbandonò alla furia nazista; quando le cose presero una brutta piega ecco le autorità del “potere” abbandonare il loro Popolo e darsi a una  fuga ignominiosa: il Duce e la famiglia reale; intanto, centinaia di migliaia di soldati abbandonati a se stessi venivano deportati nei lager tedeschi, non dimentichiamolo mai. Non dimentichiamo neppure le brutalità  perpetrate durante l’invasione della Polonia, della Cecoslovacchia e dell’Ungheria e di parte della Germania da parte dei russi. E non è stato il “potere” a generare la feroce guerra civile in Jugoslavia e Spagna?  E se dominio equivale a “potere” quante altre guerre, pur lontane da noi, sono state accese a dispetto degli “impotenti sudditi”.

Dalla caduta del “muro” abbiamo pensato che fosse arrivato un “mondo nuovo” con la crisi del comunismo in Russia e in Polonia per la ribellione della popolazione. È stata solo una pausa, il tempo necessario per ricostituire il nuovo “zarismo” di Putin, quello che anche Trump vorrebbe imporre per tenere in scacco tutto il mondo occidentale: “o fate quello che dico io o distruggeremo la vostra fragile economia”.  In questo senso si può interpretare la richiesta di Trump di elevare il contributo alla NATO al 5% del PIL entro il 2035 (Accordo Nato Aja 2025).

E noi cosa facciamo? Come se fossimo in una bolla di sapone, litighiamo e facciamo passare il tempo, l’esatto contrario di quello che dovremmo fare. Con il solito spirito italico per elevare il contributo della nostra partecipazione alla NATO abbiamo inserito lo Stretto di Messina, la Guardia di Finanza, la Guardia Costiera ed altre voci che nulla hanno a vedere con la difesa atlantica. Se consideriamo che allo stato attuale le nostre forze armate sono sottofinanziate così come la maggior parte delle nazioni europee, possiamo renderci conto fin troppo bene del risultato in caso di aggressione. Noi italici siamo davvero imbattibili: riusciamo a dividerci perfino sul titolo degli aiuti per l’Ucraina (DPFP 2025). L’ipocrisia politica (a 360 gradi) regna sovrana. Il pericolo di un conflitto è percepito generalmente come altamente improbabile, pertanto, ognuno guarda alla politica con tolleranza e illusione facendo gli scongiuri. Ma l’Europa se lo può permettere? Se per predisporre una DIFESA antidrone e antimissile serve molto tempo e molto denaro, che uno Stato da solo non può sostenere, è del tutto evidente che per questa eventualità non stiamo facendo assolutamente nulla.

Speriamo che la Politica si responsabilizzi e sia in grado di evitare che uno Stato dell’Unione sia aggredito come è stato per l’Ucraina: sarebbe una catastrofe.

venerdì 21 febbraio 2025

ATTENZIONE: PERICOLO

 


Quello che dovevamo aspettarci è accaduto: l’elezione di Trump alla Casa Bianca ha saldato l’anello con l’autocrate Putin generando un cortocircuito in una UE frammentata e litigiosa su tutto. L’annuncio di dazi da una parte, le aggressioni verbali e gli attacchi hacker dall’altra, hanno iniettato il veleno dei distinguo nei rappresentanti di diversi leader nella UE. Il limpido discorso di Mattarella e quello strategico di Draghi rischiano di rimanere inascoltati, se non addirittura snobbati. Le posizioni ambigue di alcune delle forze politiche in campo, anche di casa nostra, mostrano quanto l’Europa sia inadeguata a fronteggiare un terremoto di questo genere. Senza un consolidamento dell’Unione ci aspettano bordate dallo "zar" e pure dall’USA che vorremmo avere per amica, entrambi intenti a dilaniare l’Europa allo scopo di governare il mondo, condizionando altre grandi potenze come Cina e India. La lucidità del “pilastro” Draghi non lascia intravvedere altre scappatoie diverse dall’unità d’intenti nel fronteggiare il pericolo. Quelli che ammiccano ora ad est, ora a ovest, se si opporranno a questa elementare necessità, dovranno ben presto leccarsi le ferite prodotte dall’emarginazione. A nulla servirà essere annoverati tra i cortigiani: questi personaggi saranno condannati a contare solo sui privilegi ottenuti per il “servizio”.

Se ancora non abbiamo capito che è sospetta la strana coincidenza di vedute sul futuro dell’Ucraina da parte di Trump e Putin, nonostante sia evidente chi ha prodotto la situazione attuale, prima  e dopo l’invasione, allora dobbiamo prepararci a ingoiare tanti bocconi amari.
Già gli ammiccamenti del nostro Governo non hanno impedito all’arrogante vice presidente americano Vance di incolpare l’Europa di tutti i mali e non sono serviti neppure a trattenere Trump dalle roboanti e ingiuste accuse rivolte all'Ucraina e al suo Presidente, figuriamoci quanto Putin tema un’Europa divisa e una NATO che rischia di non avere più l’America tra gli alleati.
Dimenticare che l’Ucraina è il cuscinetto di confine con una federazione che vuole ritornare ad essere il grande impero di un tempo, che per raggiungerlo è intenzionata ad usare tutti i modi, leciti ed illeciti, schiacciando in patria qualsiasi tentativo di protesta, vuol dire andare incontro al peggio.
Fa specie sentire la portavoce del ministero degli esteri russo attaccare il nostro Presidente per aver paragonato il loro comportamento a quello del terzo Reich: il prepotente vuole sempre aver ragione. Ma fa ancora più impressione che qualcuno affermi che Mattarella poteva evitarsi questa esternazione; ma come, non c’era un patto sottoscritto di rispetto da parte russa della sovranità dell’ Ucraina? Come fu per la Polonia, la storia si ripete.
D’altra parte non possiamo pretendere l’impossibile: se gli elettori UE sono disposti a correre i rischi e i pericoli connessi e i nostri governanti mancano di lungimiranza, stiamo pure a guardare, senza parlare per timore di comprometterci. Le prime batoste arriveranno presto, speriamo almeno che possano convincerci ad unire le forze. Purtroppo, fatta salva la Misericordia Divina, non possiamo contare più di tanto neanche sulle preghiere dei credenti perché a pregare sono sempre di meno.

venerdì 13 dicembre 2024

POTENTI E ... IMPOTENTI

 

Come tutti i nonni, in questo periodo, sono occupato con mia moglie nella ricerca di regalini e dolci per figli e nipoti. Nei negozi è un viavai di persone con i carrelli pieni di cose, sia nei negozi a basso prezzo che in quelli griffati. Ci muoviamo tutti ignari di quello che ci circonda, come se tutti noi fossimo protetti da chissà quale campana. Eppure, i telegiornali non ci fanno mancare nulla della instabilità dei grandi Paesi che contano. Dovremmo avere ben chiaro, ormai, che ci sono attori molto pericolosi nel Mondo, che sono in grado di scatenare il peggiore dei conflitti mai registrato sulla terra. “Sanno di rischiare anche loro e non oseranno”, dice qualcuno. Siamo così sicuri? Quando le minacce si ripetono ogni giorno non è da escludere che qualche irresponsabile faccia un passo falso segnando l’inizio della catastrofe. Siamo circondati da guerre e da molte persone disperate disposte a tutto pur di sopravvivere, anche difendendo “pazzi scatenati”. Dunque, mi chiedo: sappiamo veramente dove stiamo andando? Persino nelle chiese mancano le novene, le preghiere e le implorazioni per la pace; solo il Papa continua a ripetere che “la guerra è sempre una sconfitta”.

I cristiani sanno che da qualche parte è scritta la data che segnerà la fine dell’esistenza umana, ma ugualmente si comportano come se non dovesse succedere mai.

Coloro che non credono fanno spallucce sorridendo per queste ingenuità da medioevo convinti che è qui e oggi che dobbiamo sviluppare le nostre potenzialità raccogliendo ciò che l’umanità ci mette a disposizione finché siamo in vita.

Ma nei cieli, in terra, sottoterra, e nei mari ci sono arsenali con armi pronte a far fuoco! Chi è più debole e chi è più forte? Chi può impedire un atto dimostrativo a colui che si crede forte? E poi cosa succede?

Catastrofismo o realismo? Mi rendo conto che la convinzione generale sia quella di essere impotenti e quindi di vivere al meglio il presente fidando che i governanti siano in grado di bloccare gesti sconsiderati. Tuttavia, il rischio esiste, ed è quotidiano. Dal momento che siamo impotenti è utile non disperarsi e continuare a fare la nostra vita in modo consapevole: preparati al peggio per apprezzare meglio le persone che abbiamo accanto e le qualità che ci sono state donate.

Abbiamo sempre saputo che la vita di ognuno ha un termine, più o meno lungo, che gli concede di lasciare qualche segno positivo del suo passaggio su questa terra; camminando ora sul filo del rasoio, a maggior ragione abbiamo molto da riflettere su quello che sta accadendo in tutto il mondo. Basta minimizzare! È il momento di sfruttare tutte le qualità e capacità del nostro cuore per essere uniti e solidali ad affrontare il futuro.

Per noi cristiani la responsabilità sarà molto più grande se non eleveremo a sufficienza la nostra preghiera a Dio perché ci risparmi ancora una volta da un flagello di queste dimensioni (sempre se non siamo giunti alla data finale).

Infatti, noi sappiamo perfettamente che solo Dio vince l’ottusità umana e la nostra inclinazione al male. Solo Lui può trarci d’impaccio. “Pregate per non cadere in tentazione” diceva Gesù ai suoi “Vescovi” nel Getsèmani prima di essere messo in croce.

sabato 20 febbraio 2021

TRISTE ANNIVERSARIO

 

È passato un anno dal riconoscimento del primo caso di coronavirus a Codogno. Da allora centinaia di morti ogni giorno, hanno portato lutto e tristezza in tantissime famiglie.

Nonostante questo siamo riusciti a dividerci sui comportamenti da tenere, favorendo in questo modo l’espandersi di questo pesante flagello in nome di un diritto effimero, quello dell’ “interesse economico”.

Come se non bastasse, ancora oggi, qualche rappresentante regionale invoca l’allentamento delle misure restrittive “per dare ossigeno alle attività produttive”, quasi che queste non abbiano una ricaduta sulle persone che ne sono interessate.

Concordiamo tutti sulla necessità di avere un giusto equilibrio tra il vivere quotidiano fatto di lavoro e di servizi, e la necessità di bloccare definitivamente il contagio, ma non è tollerabile che si abbandoni il buon senso riducendo le difese alla vita umana. La vita è la cosa più bella e più grande che abbiamo, insieme all’amore e alla solidarietà e non la possiamo barattare con nessun interesse economico perché ognuno può decidere di rischiare in proprio ma non deve essergli consentito di mettere in pericolo altre persone.

Se non sconfiggeremo il virus verrà a mancare ossigeno a tutta l’economia nazionale e sarà un disastro per tutti. Già sappiamo che una parte di popolazione per età, per fatalismo, per ignoranza, per ripicca, per dispetto o per la semplice voglia di far del male, come è sempre stato, non si è preoccupata e non si preoccuperà se i contagi aumenteranno, almeno fino a quando siano coinvolti di persona, ma almeno gli altri osservino le indicazioni che ci vengono dalle autorità sanitarie, che certamente ne sanno un po’ più di noi.

Infine, pensiamo a quei medici e infermieri che dopo una giornata trascorsa a confortare il nostro papà o la nostra mamma, ritornando a casa tristi e sconsolati per aver visto persone morire ed altre in gravi difficoltà per il virus, vedono comportamenti incredibilmente rischiosi commessi con assoluta normalità e leggerezza. Come si sentiranno? Non basteranno mai i nostri “grazie”.

Ora che si è aperta una finestra nuova nella politica italiana si è anche illuminata la speranza che tutti mettano le loro migliori capacità per far fronte ai disagi e rafforzare la lotta alla pandemia e raggiungere così la normalità che ci consenta di rilanciare, economicamente e socialmente, la nostra bella Italia.

domenica 6 dicembre 2020

IL COVID NON E' UNA GUERRA

 

Anche se meno, rispetto alla prima ondata, sento e leggo che il Covid è una guerra. E, nel sommo rispetto delle tragedie personali e familiari che tutti hanno toccato, sento che non è giusto.

Per fortuna la maggior parte di noi, viventi in una nazione occidentale, non sa cosa sia una guerra, però ci sono racconti, film, documenti e documentari, e, per chi ne ha avuto l’occasione e la forza, anche la presenza su uno dei numerosi fronti attuali.

In guerra non hai l’autocertificazione: esci di casa e non sai se torni; non mandi tuo figlio a portare a spasso il cane, ma a comprare il pane se c’è, dove c’è, e potresti non più rivederlo; il vicino di casa non ti sposta lo zerbino per dispetto, non litiga sui millesimi, ma ti tradisce facendoti fucilare; in guerra non ci sono i supermercati e negozi di alimentari a presenza contingentata, si fa la fame; in guerra il tuo ragazzo sente fischiar pallottole, non è prigioniero in una regione di diverso colore.

A rafforzare la precisazione, una recente intervista allo scrittore italo-sloveno  centosettenne Boris Phaor. Due volte al fronte, ammalato di TBC, contagiato dalla “spagnola”. Chiede l’intervistatore: “Differenze tra ieri e oggi?”. – “Mascherine? Non c’erano. Medici? Erano al fronte. Avevamo fame, fame nera. Una rosetta a testa con la tessera annonaria e bisognava andare sul Carso a cercare la polenta. La vita normale era segnata dalla fame.” Non dall’attesa del prossimo DPCM.

Roberto Bernardo

Giornale di Bs  6/12/2020

domenica 1 novembre 2020

COSA BISOGNA FARE PER RIDURRE IL CONTAGIO DEL CORONAVIRUS

 

Coronavirus e Covid-19: cosa bisogna fare per ridurre il rischio di ammalarsi o di contagio

 

Come è possibile ridurre il rischio di contrarre la malattia durante il lavoro, la scuola, gli spostamenti sui mezzi e le attività normali come fare la spesa? Ecco alcuni consigli e i fattori di rischio da considerare nella vita di tutti i giorni.

 

 

Eliminare il rischio di contrarre il coronavirus Sars-CoV-2 e di ammalarsi di Covid-19 è impossibile, ma è possibile limitarlo al minimo. Come è possibile ridurre il rischio di contrarre il coronavirus durante il lavoro, la scuola, gli spostamenti sui mezzi e le attività normali come fare la spesa? Finora sappiamo che i luoghi dove si verifica il contagio sono, con diverse percentuali di possibilità, la casa, il lavoro, i trasporti pubblici, i locali e i pubblici esercizi. E che i posti chiusi e i luoghi affollati aumentano questa possibilità. 

 

Coronavirus e Covid-19: cosa bisogna fare per ridurre il rischio di ammalarsi 

 

Ma ci sono anche altri fattori da considerare: per esempio il tempo di permanenza nei luoghi a rischio. Oppure le stesse attività: alcune sono più a rischio di altre. Ecco allora che i primi tre fattori da considerare sono essenzialmente questi. Ovvero:

  • mantenere le distanze sociali; 
  • lavare o igienizzare le mani il più possibile;
  • indossare la mascherina.

Il quotidiano spagnolo "El Pais" ha provato a calcolare il rischio di infezione in un ambiente chiuso utilizzando un modello di calcolo sviluppato dal professor José Luis Jiménez dell’Università del Colorado. Non si tratta di un metodo infallibile, premette il quotidiano, ma probabilmente abbastanza accurato per capire come il virus "lavora" negli ambienti chiusi, anche laddove viene rispettata la distanza di sicurezza di due metri. 

 

Scenario 1: "El Pais" ipotizza che nel nostro soggiorno di casa (le dimensioni non sono note) ci siano 6 persone, di cui una infetta da SARS-COV-2. In un caso del genere, indipendentemente dalla distanza di sicurezza, senza mascherine e una ventilazione adeguata l'infetto potrebbe essere in grado di trasmettere il virus a tutti gli altri presenti nel giro di 4 ore. Se tutti indossassero le mascherine, le infezioni si ridurrebbero da 5 a 4 ma il contagio ci sarebbe comunque perché con una esposizione molto prolungata neppure i dispositivi di protezione sono in grado di fermare il virus. In casi del genere solo areare l'ambiente e dimezzare la durata dell'esposizione (da 4 ore a 2) permette di ridurre in maniera significativa il rischio a meno di una persona infetta. A patto però di indossare i dispositivi di protezione individuale. Secondo "El Pais" in Spagna il 31% dei casi di infezione è legato a questo tipo di situazioni. 

 

Scenario 2: in un bar ci sono 15 persone che consumano e tre dipendenti. Le porte sono chiuse e non c'è ventilazione meccanica. Ebbene, nel peggiore dei casi, senza prendere nessuna misura di sicurezza, dopo quattro ore tutti i 14 clienti sarebbero infettati dal virus. Se tutti indossassero i dispositivi di protezione i contagi si ridurrebbero ad 8. Con le mascherine, una ventilazione adeguata e un tempo di esposizione dimezzato (da 4 a 2 ore), le probabilità di contagio calano invece drasticamente: il virus sarebbe capace di infettare solo una persona.  

 

Scenario 3: un'aula scolastica con 24 alunni. La situazione più pericolosa si verifica in una classe non ventilata in cui la persona infetta è l'insegnante. In un caso del genere, senza misure di sicurezza al virus bastano 2 ore per contagiare 12 persone. Anche in questo caso l'uso delle mascherine riduce drasticamente il rischio di contagio (da 12 a 5 persone infettate) ma non lo elimina del tutto. Dimezzando il tempo di esposizione (da 2 ore ad 1 ora) e areando adeguatamente l'aula il virus sarebbe invece in grado di infettare solo una persona. "El Pais" specifica che a differenza di quanto si può pensare, nelle situazioni reali la distribuzione dei contagi è casuale, poiché senza ventilazione "gli aerosol si accumulano e si distribuiscono in tutta la stanza". 

La regola dei 15 minuti

Poi c'è la regola dei 15 minuti: il ministero della Salute ha stabilito due parametri molto rigidi che regolano il funzionamento dell’app Immuni: l’allerta scatta solo se ci si trova  a meno di due metri da un contagiato per almeno 15 minuti. Ma da dove arriva la "regola" dei 15 minuti? Il commissario all'emergenza Domenico Arcuri, nel presentare l'App aveva affermato che "gli scienziati ci dicono che il tempo minimo certo per essere a rischio contagio in caso di contatto con una persona positiva è di 15 minuti. La distanza considerata a rischio oscilla fra un metro e due metri. Ma è bene considerare il limite massimo". 

Erin Bromage, immunologo all'Università del Massachusetts Dartmouth, ha riassunto tutto con un’equazione: infezione = esposizione al virus x fattore tempo. "L’esposizione al virus, moltiplicata per il tempo, rappresenta la formula basilare che consente di rintracciare i contatti" spiegava  Bromage  in un articolo sul "Corriere della Sera". "Chiunque si intrattenga a parlare con voi per oltre 10 minuti, faccia a faccia, rischia il contagio. Chiunque condivida con voi un ambiente chiuso (l’ufficio, per esempio) per un periodo prolungato, rischia il contagio”.

Cosa fare per limitare i rischi di contrarre il coronavirus nella vita di tutti i giorni

Oggi invece il Corriere della Sera pubblica un vademecum che spiega cosa fare per limitare i rischi di contrarre il coronavirus nella vita di tutti i giorni. A cominciare dalla scuola, dove sarebbe buona abitudine indossare la mascherina anche in classe quando si è seduti al proprio posto, ricordandosi che parlare ad alta voce, urlare o cantare sono attività ritenute a forte rischio contagio.

Sotto la lente, più che la trasmissione in aula, c’è il tempo prima e dopo le lezioni. Che cosa si può permettere? I bambini possono giocare tra loro all’aria aperta in un contesto distanziato, senza accalcarsi e tenendo le mascherine.

Poi ci sono le raccomandazioni sui parenti fragili e gli anziani in generale: 

Possiamo vedere i parenti fragili e chiacchierare con loro, magari fare una passeggiata. Meglio evitare baci e abbracci e possiamo scegliere di andare a turno, uno alla volta, facendo salutare i nipotini solo in videochiamata.

Sui mezzi pubblici, il consiglio è di evitare quelli affollati. La distanza altri resta l’arma migliore: oltre a non salire su mezzi troppi pieni, possiamo evitare di parlare ad alta voce e non dobbiamo abbassare la mascherina se siamo al telefono. Infine, i negozi: un supermercato affollato dove si passano tanti minuti in coda rappresenta una situazione di pericolo, specie perché è un luogo chiuso e non per forza ampio. È sempre possibile fare la spesa online, farsela portare, oppure ridurre la permanenza nei negozi a una volta la settimana, fare scorta o non entrare negli orari di punta. 


Brescia To Day 31/10/2020

 

mercoledì 29 gennaio 2020

MI VERGOGNO


Se il giorno della memoria fosse lo stesso amaro ricordo per tutti, vivremmo in un mondo diventato migliore. Ma così non è! Molti, per nascondere il loro povero razzismo, si nascondono dietro i misfatti dei comunisti, che pure ne hanno fatto di vittime, e non solo quelle delle foibe che sono ricordate saggiamente il 10 febbraio nella festa del ricordo. Anche se è vero che il giorno della memoria del 27 gennaio è mondiale mentre le stragi comuniste non lo sono diventate (a ricordare quanto pesi la Russia sulle decisioni del pianeta), questo non assolve chi non considera entrambi gli avvenimenti (come altri nel mondo) gravi ferite inferte a tutta l’umanità. Non assolve neppure l’appartenenza a un’ideologia fascista o comunque vicina a quella nazista. Anche gli italiani sono stati in gran parte fascisti, ma solo una piccola parte di facinorosi ha esercitato violenza gratuita ed ha partecipato ai misfatti compiuti in Italia rendendosi complici dello sterminio di uomini, donne e bambini nei campi di concentramento. Sembra non bastare mai la documentazione precisa e dettagliata messa a punto con metodica precisione dagli aguzzini. Non si vuole credere alla testimonianza dei pochi sopravvissuti. Sembra che non conti nulla la montagna di cadaveri ritrovati nei campi.
Fa male rivedere i documenti che i nazisti non sono riusciti a distruggere e fa male sentire dalla bocca dei sopravvissuti l’inferno in cui erano costretti a vivere.  Mi vergogno per chi, ora come allora, rimane indifferente alle teste spaccate ai bambini, ai prigionieri usati come bersaglio al tiro a segno, a quelli che hanno subito esperimenti di ogni genere sul proprio corpo, quelli che ogni giorno della loro permanenza al campo hanno subito ogni sorta di violenza fisica, quelli che sono stati soppressi dopo aver raggiunto il massimo dello sfinimento a causa della fatica e della fame e quelli che ogni giorno venivano selezionati per essere mandati nelle camere a gas con lucida premeditazione.
Siamo liberi di avere le nostre idee e le nostre simpatie, ma proprio per questo dovremmo sentire dentro di noi il dolore e anche il ribrezzo per le azioni raccapriccianti rivolte ad ogni essere umano. Perché questo sentimento non è uguale per tutti? Perversione? Diavoleria? Lavaggio del cervello? Degrado umano?
Mi vergogno anche per la timidezza e la paura a parlare apertamente e liberamente, che tanti di noi hanno rispetto ai crimini contro l’umanità perpetrati in ogni momento della nostra storia.
Ogni volta che ci voltiamo dall’altra parte quando un uomo (o una donna) subisce violenza, fuggiamo dalle nostre responsabilità e ci rendiamo colpevoli dell’avvento di una società governata dalla violenza.
Abbiamo bisogno di guardare negli occhi i bambini, capire quanto hanno bisogno della nostra protezione e soffrire al solo pensiero che qualcuno possa fare loro del male. Se potessimo allontanarci per un po’ di tempo dal rumoroso caos quotidiano e dedicarci in assoluto silenzio alle riflessioni su questi temi e al valore della nostra breve esistenza, Dio ci aiuterebbe certamente a diventare più umani e più solidali.

Josef Mengele, lo squartatore dei bambini, è stato protetto e aiutato a sottrarsi ogni volta all’arresto, ma alla fine la natura ha fatto il suo corso e a 67 anni ha incontrato la morte per un banale infarto.

lunedì 29 ottobre 2018

18 NOVEMBRE: SI o NO?


Il 18 novembre i cittadini della provincia di Brescia sono chiamati ad esprimersi sulla gestione dell’acqua pubblica. Anche a Caino i partecipanti all’assemblea pubblica del 25 ottobre scorso hanno ascoltato le valutazioni del Presidente e dell’A.D. di ASVT, ma dubito che i concetti siano stati di facile comprensione.
Nemmeno leggendo le motivazioni del SI e del NO si riesce a dipanare l’intricata matassa che mescola “l’utilità pubblica” del servizio, l’ideologia e la speculazione.
Sappiamo per certo che le Autority continueranno ad essere quelle che governano attualmente il sistema idrico e che in ogni caso le tariffe sono destinate ad aumentare. Allora cosa potrebbe cambiare? È questo che non è chiaro. La gestione privata ASVT/A2A, per quanto ci riguarda come paese, ha dato prova di efficienza sapendo intervenire rapidamente nei momenti di emergenza, mentre un Ente pubblico dovrebbe sottostare a regole burocratiche non indifferenti; ma che ne sappiamo noi di quanto frutta alla A2A questa indipendenza? Dal giornale di Brescia del 28 ottobre 2018 apprendiamo che per il depuratore di Concesio dal costo complessivo di 32.986.147,25 Euro l’A2A riceve un contributo a fondo perduto dalla Regione Lombardia di 14.154.209,10 Euro; a Nuvolera sul costo complessivo di 5.113.874,35 riceve un contributo di 2.778.857,79. La parte rimanente viene pagata dai cittadini con la tariffa. Se è vero che i contributi a fondo perduto riducono il peso da addossare agli utenti, rimane tutto da misurare il valore e la convenienza di A2A. D’altra parte se la gestione fosse integralmente pubblica l’Ente sarebbe costretto ad indire una gara per ogni singolo intervento con lungaggini che non sono difficili da immaginare. Ma anche ammesso che si trovasse il modo di velocizzarli, dove andrebbe a trovare il denaro per gli interventi?
È su questi aspetti che il pragmatismo si separa dai buoni propositi di affidare alle Istituzioni interamente pubbliche la gestione del bene supremo dell’acqua.
Con l’eliminazione degli ingorghi burocratici e un sufficiente finanziamento agli Enti di gestione tutto sarebbe possibile, anzi auspicabile, con il coinvolgimento attivo della popolazione e fors’anche degli enti no-profit. Purtroppo siamo lontani dalla realizzazione di questo sogno e il 18 novembre ci toccherà decidere se forzare la mano ai nostri politici perché rispondano con interventi conseguenti alle ragioni del SI o accettare lo status quo come suggerito dai suoi oppositori, sapendo che molte altre province guardano a noi per capire da che parte sta la ragione.  

giovedì 8 febbraio 2018

FIBRA OTTICA A CAINO (FTTC)

Varie persone mi hanno chiesto un consiglio su quale fornitore usare per la connessione ad Internet, soprattutto in merito alla nuova FTTC (che possiamo chiamare mezza-fibra-ottica). Ho pensato quindi di fare un riepilogo che può essere utile per tutti i compaesani senza dover rispondere ai singoli. In questo modo se qualcuno ha informazioni aggiuntive può scriverle nei commenti. La necessità di informazioni è accentuata dal fatto che in questi giorni/mesi Fastweb ci sta massacrando di chiamate commerciali, però non fornisce FTTC ma una normale ADSL.
Premessa: cercherò di essere meno tecnico possibile (ma se vi serve altro chiedete) e per semplicità parlerò solo di banda massima (non garantita) in download (ma il discorso sarebbe un po’ + lungo e complesso).
STORIA E TECNOLOGIE
Un minimo di storia per capire come siamo arrivati fino a qui e le differenze tra le varie tecnologie.
·         Fino al 2010 a Caino c’era solo un’ADSL lentissima: in centrale c’erano solo mini-DSLAM che arrivavano al massimo 640 Kbit/s in download, ma in genere non + di 50 Kbit/s… parliamo di Kbit, ovvero 0,05 Mbit/s, praticamente come un vecchio e gracchiante modem analogico :-( ), sono state fatte raccolte firme per potenziarla ma senza successo.
·         Nel 2010, dopo varie peripezie, sono riuscito a far mettere sul monte Salena un ripetitore per la connessione senza fili Eolo che copre + di metà paese (tecnologia HiperLAN2): l’impresa era stata compiuta con l’allora Gruppo Civico 31 (che ora non c’è +) ed era stata resa possibile dal rivenditore bresciano DiRete il cui presidente è anche venuto a fare un’assemblea pubblica a Caino. La velocità era di 3 o 6 Mbit/s, ma, pagando, si poteva arrivare anche a molto di +, fino a 100 Mbit/s... praticamente una rivoluzione. Negli anni successivi ho cercato in tutti i modi di far mettere un secondo ripetitore al cimitero che coprisse quasi tutta la parte di paese rimanente, ma senza successo.
·         Nel 2012 è stata posata la fibra ottica da Nave alla centrale di Caino (a Rasile), e le ADSL hanno iniziato a funzionare meglio: prima a 7 Mbit/s (ADSL, massimo teorico 8 Mbit/s) e poi fino a 20 Mbit/s (ADSL2, massimo teorico 24 Mbit/s). Con l’ADSL tutto dipende da quanto siete lontani dalle centraline Telecom (all'inizio solo a Rasile, ma poi ne hanno aggiunta un’altra in piazza), questo significa che, anche se TIM / Fastweb / CiccoPasticcioWeb / VostraZia vi promettono che da 5 passerete a 20 Mbit/s per vendervi un servizio di streaming, se siete lontani dalla centrale probabilmente Internet continuerà ad andare uguale a prima. Di offerte ADSL ce ne sono moltissime, costano dai 20 ai 30€/mese.
·         Negli anni la tecnologia senza fili di Eolo è passata da HiperLAN2 a WiMax a EoloWave (per chi ha sostituito l’antenna sul tetto o per i nuovi abbonati). Ad ottobre 2017 l’abbonamento base di Eolo è passato a 30 Mbit/s con un aumento di prezzo da 24,50€ a 27,90€ / mese.
·         Arriviamo ad oggi. Come leggete sul notiziario comunale alla fine dell’anno scorso l’amministrazione ha fatto un accordo con 2 aziende (TIM e INTRED) per la posa della fibra dalla centrale di Rasile ad altri punti del paese. Pur con qualche difficoltà tra scavi e ripristino del manto stradale la fibra è stata posata fino ai punti dove ci sono e ci saranno dei nuovi cabinet da cui parte la famosa FTTC (li elenco dopo).
FTTC
L’FTTC dovrebbe consentire di navigare a velocità molto + elevate dell’ADSL e di Eolo. FTTC significa Fiber To The Cabinet ovvero che la fibra arriva + vicino alle case ovvero fino a questi cabinet, che sono armadi di strada di plastica o di metallo grigio. Dal cabinet a casa il segnale viaggia col solito doppino in rame usato per la telefonia. Il fatto che il cabinet sia + vicino permette di usare protocolli che arrivano fino a 300 Mbit/s in download e 20 in upload (VDSL, VDSL2, E-VDSL). Purtroppo non è una vera fibra, quindi ci sono gli stessi 2 limiti principali dell’ADSL ovvero:
1.      la velocità dipende dalla distanza dal cabinet: se siete + lontani di 800 metri non ha + senso questa tecnologia ed userete una normale ADSL. In pratica 300 Mbit/s potete farli solo se il cabinet ce l’avete sotto il tinello di casa, tipicamente andrete dai 30 ai 100 Mbit/s
2.      La banda non è “simmetrica”, ovvero va molto + veloce in download (da Internet verso casa), che in upload (da casa verso Internet), il che significa che va bene per navigare o vedere film ma meno bene per altri servizi come le video-chiamate, caricare vostri video sui social network, usare servizi di file hosting (ovvero mettere i nostri file sul cloud, es. Dropbox, OneDrive, Google Drive). Comunque la banda in upload dovrebbe essere significativamente maggiore dell’ADSL e quindi sufficiente a consentire di usare i servizi descritti sopra molto meglio di oggi.
OFFERTE FTTC
Oggi quindi è possibile e sarà possibile attivare anche offerte FTTC, che io sappia solo queste 3.
1.      TIM. TIM la chiama FTTCAB, ma è la stessa cosa, la vende nell'offerta TIM SMART FIBRA+. Non tutti i nuovi cabinet previsti sono stati posizionati, ma dovrebbero esserlo a giorni visto che dicono che il servizio partirà l’11 febbraio. Trovate i prezzi qui ma in sintesi costa, a parte le offerte iniziali, 29.90€ ogni 4 settimane ovvero 32,48€/mese + acquisto del modem obbligatorio a 240€ (rateizzabile in 48 rate da 5€), anche se questa pratica di obbligare ad acquistare il loro modem dovrebbe essere vietata dal Regolamento Europeo. Nel prezzo sono incluse chiamate VOIP (ovvero telefonia via Internet) a fissi e mobili al solo costo dello scatto alla risposta di 19 centesimi di €. E’ possibile utilizzare anche un proprio modem (pur pagando il loro) ma in quel caso non funziona il VOIP. Pare che gli indirizzi IP siano pubblici (spiego sotto cosa significa) anche se ufficialmente non lo scrivono da nessuna parte. Storicamente non ho mai avuto un buon rapporto con SIP – Telecom – TIM, ed anche stavolta non TIM non si è smentita facendomi tribolare parecchio col call center per avere avere alcune informazioni tecniche.
2.      INTRED, azienda bresciana che per gli utenti privati vende con il marchio EIR. Potete fare una verifica della copertura qui che dà anche una stima della velocità (ovviamente un po’ ottimistica). Il servizio è già attivabile da novembre 2017, quindi se qualcuno l’ha già provato sarebbe gradito un parere. Costa 29.95€/mese compreso di modem in comodato gratuito, ma è possibile usare il modem che si preferisce se compatibile. In questo caso gli indirizzi IP sono privati, per averli pubblici è necessario comprare il servizio IP statico a 8€ al mese (vedi spiegazione sotto).
3.      DiRete Fibra. La stessa azienda bresciana che ha portato Eolo a Caino vende ora anche la FTTC, usando gli stessi cabinet di INTRED e allo stesso prezzo di 29,95 € / mese. Il vantaggio è che in questo caso l’IP è pubblico e si utilizza il servizio assistenza di DiRete che ormai uso dal 2010 ed è quasi sempre stato molto rapido ed efficiente. In caso di passaggio da DiRete-Eolo a DiRete-Fibra dovreste poter evitare di pagare le spese di attivazione (ma probabilmente ci saranno delle spese di chiusura della vecchia utenza): se siete in questa situazione meglio che li chiamate o aprite un ticket chiedendo esattamente le spese di chiusura e le spese di apertura. Informazioni e adesioni qui.
DOVE SONO I CABINET?
Come ho scritto sopra la velocità dipende dalla distanza dal cabinet. A Caino ce ne sono 3.
1.      Rasile (vicino alla centrale Telecom). Attualmente è presente il cabinet INTRED e di quello TIM c’è solo una predisposizione. È posizionato qui (45.6137576, 10.3195819)
2.      Piazza (vicino al macellaio). Attualmente c’è solo quello TIM, ma, se ho ben capito, anche INTRED lo utilizza. È posizionato qui (45.6129375, 10.3171870)
3.      Via Don Gino Pirlo. C’è sia quello INTRED che TIM. È posizionato qui (45.6113286, 10.3137330).
Purtroppo le aziende, per motivi economici, non sono arrivate fino a S. Rocco https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/f4d/1/18/1f641.png:-( . Però, se può consolarvi, anche per l’ADSL le distanze si accorciano perché vanno calcolate a partire dai nuovi cabinet, quindi la velocità dovrebbe aumentare anche per chi non potrà attivare l’FTTC. Se così non fosse chiedete una verifica al gestore: nel 2012 molti hanno dovuto sollecitare telefonicamente per poter avere il passaggio da ADSL finta a decente.
INDIRIZZI IP
Può essere utile sapere qualche spiegazione sugli indirizzi IP. L’indirizzo IP è l’indirizzo che il gestore assegna al vostro router. Questo indirizzo può essere pubblico ovvero raggiungibile a tutti in Internet, oppure privato (o nattato), ovvero esistente solo all'interno della rete del gestore. Può essere importante che l’indirizzo IP sia pubblico se avete dei dispositivi che devono essere raggiungibili quando siete fuori casa come allarme, videosorveglianza, domotica, NAS, termostati, ecc., questo elenco in futuro è destinato a crescere. In alcuni casi, ma non tutti, chi vi vende il dispositivo riesce a bypassare il problema. NB: gli indirizzi IP di Fastweb sono sempre privati. Gli indirizzi IP nei contratti per privati di base sono sempre dinamici, ovvero cambiano ogni volta che vi connettete, se volete che rimanga sempre lo stesso (pagando) potete avere un IP statico che non cambia mai, ma per i privati questa possibilità non è molto interessante (riuscirete lo stesso a raggiungere i dispositivi di casa anche con un IP dinamico). Visto che l’IP statico è anche pubblico comprarlo può essere un modo per ottenere un IP pubblico.

Se siete arrivati fino a qui senza addormentarvi vi ricordo di indicarmi eventuali errori e, se avete già la FTTC, di dirci come vi trovate e a che velocità andate.