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venerdì 29 novembre 2019

MICINIGO LA ROCCA DEL GALLO


Quella che diventerà  “Contrada di Micinigo” era un’antica Rocca, ricostruita e irrobustita da Talliano del Friuli, a servizio del Piccinino, durante la contesa tra milanesi e veneziani nel 1439.
In dialetto Misinig deriva da Mocenigo. I Mocenigo erano una nobile famiglia di Venezia che diede alla città alcuni Dogi ed a Brescia diversi capitani incaricati del governo della nostra città. La leggenda vuole che uno di questi capitani si sia ritirato alla fine della carriera a Caino, dando così il nome alla contrada.
Dell’antica fortezza, Micinigo, conserva ancora l’impronta. Locali, scale, sotterranei con la loro disposizione testimoniano un ambiente di raccolta della popolazione e della loro difesa. Non abbiamo disegni dell’epoca ma possiamo supporre che l’attuale portale fosse l’ingresso della Rocca antica, mentre l’ingresso della Rocca ricostruita da Talliano doveva essere più avanti, all’altezza dell’abitazione di Bertacchini Giuseppe.
La presenza di tanti locali all’esterno del vecchio ingresso paiono avvalorare questa ipotesi. Il corpo centrale del castello è quello prospiciente il cortile interno che si sviluppa sul retro verso il centro del paese e che certamente si affacciava sul prato circostante con alte mura. I locali tutto intorno dovevano costituire punti di servizio e di difesa.
E’ citata in cronache bresciane del 1500 come Rocca del Gallo, ma pare che le sue origini risalgano all’anno 1000 per la difesa della popolazione dalle ultime invasioni barbariche degli Ungari.
Più tardi divenne il riferimento del Comune: all’interno delle sue mura accorrevano le famiglie con le masserizie e il bestiame nei momenti di pericolo.
Nel corpo centrale, parte bassa, dove ora abita P. B., abitava Borra Carlo con la moglie Annunziata e i figli Giuseppe e Maria (trasferitasi a Vallio). Lì si stabilì il figlio Giuseppe con la moglie Domenica Prandini (Burilì) e i figli P. e B.  Al primo piano un’altra famiglia Borra con Anì (genitori di Giuseppe (Calìo) e Luigina sposata ad Anfo); una famiglia  Bertacchini con Elvira, genitori di Armida;  gli antenati del Bülì e Borra Martina (la Bülina) nonna paterna della Fernanda. Il Bülì sposò Rossi Armida e vissero con il figlio Nino (Trinchèl). Sempre nel corpo centrale visse col marito Borra Pierina ( de la Ditta), mamma di Felice, nonna di L. e T., suocera di Maria Ferandi di Vallio, anch'essi abitarono il primo piano. Ancora nella parte bassa del corpo centrale abitava Bertacchini Pietro fu Francesco con la moglie Bertacchini Domenica (Cudic, nonna materna Fernanda) e i tre figli: Martina, Mario e Giuseppe. Sul retro abitava la famiglia Bertacchini Giovanni con Dosolina Maestri, genitori di Bortolo, Angelo e Principe; in quella zona, dove c'è il portone, si svilupparono due discendenze: quella di Mosè e Abramo (Cudic), quest'ultimo con moglie e quattro figli: Angelo (Gòp), Domenica, Giacomo e Giovanni (Gioanì). Giacomo rimase in questa casa con la moglie fino alla loro morte poi fu occupata per un po' di tempo dal figlio Rolando fino al suo trasferimento a Villa Mattina. Ora la casa è occupata da B. C. La parte sopra era dei Mosè e oggi costituisce l'abitazione di S. A. e la moglie C. P. Fuori dal portone, sulla destra, si notano delle scale, lì abitò un certo Spagnoli (Tapèt). In seguito abitò Bertacchini Angelo con Ghidini Gelmina con i figli G. e A., oggi vi risiede C. D. 
Staccata dal corpo centrale, attaccata alla sinistra del portale ad arco, c'è la casa oggi abitata da Rossetti Aldina. Qui vissero Bertacchini Giovanni (Gioanì), la moglie Borra Maria e i figli Giuseppe e Angelo. Una volta sposatosi, Angelo e la moglie Aldina, abitarono la casa con i genitori. Giuseppe, appena sposato si trasferì nella nuova abitazione, sulla sinistra esterna, sopra la fontana. 
Nella parte esterna sinistra, lungo la strada provinciale, dopo la casa di Giuseppe, troviamo la casa dove abitò, nella parte bassa, De Giacomi Pietro dei Burtulì con Spagnoli Faustina e poi i figli Paolo, Pietro (Pio), Rosina (Pia), Maddalena (Pinì), Silvia, Angela (Giulietta) e Pasqua (Esterina); Esterina fu l'ultima a lasciare la casa. Nella parte superiore abitava De Giacomi Paolo con De Giacomi Agnese e i figli E. e D., la nonna Emma e a volte dalla montagna arrivava lo zio Bèsi. 
A sinistra della casa dei Burtulì, guardando l'ingresso, c'era stalla e fienile divisi tra due proprietari: Bertacchini Giovanni (Gioanì de Cudic) e Borra Giuseppe (Calìo): ora la casa dei Burtulì e la stalla e fienile ristrutturata, sono proprietà di B. M.a destra c'era pure un'altra stalla e fienile di Borra Felice, che fu acquistato da Bertacchini Martina per trasformarlo nella sua abitazione: ora ci abita la figlia Benini Fernanda. L'ala termina con l’abitazione degli eredi di Mora Giuseppe, subentrato allo zio Mora con Pierina che non hanno avuto figli. La parte iniziale del caseggiato sulla destra esterna costituiva l'abitazione dei Arcangei con i figli Angelo e Faustino; inizialmente vi abitò Angelo (Arcangilì) con la moglie Zucchini Caterina e i figli D., G., M. e A.; poi è subentrato il fratello Faustino con De Giacomi Fausta e i figli M., M., L., A. e M.; segue l'abitazione contigua di Bertacchini Umberto e Zanoletti Elide un tempo abitato con le figlie G., M. e S.; oggi tutta questo immobile è di proprietà di Bertacchini Umberto. Ad angolo, chiude la casa di Bertacchini Francesco e la moglie Noventa Maria con i figli Pietro e Caterina. Come anello di congiunzione con il corpo centrale c’è l’abitazione che fu di Borra Lorenzo e Moretti Vittorina, ora dei figli E. ed A.
  Angelo, Angela e Fernanda

sabato 6 aprile 2019

IL CASALE DI RASILE


Dalla fotografia, dietro la casa di Maffioli Giacomo e Faustino, si può vedere la maestosità del Casale di Rasile posta in bella evidenza sopra un dolce pendìo. Un grande portone carraio dava su un ampio cortile dove si affacciava la costruzione composta da un lungo porticato. A fianco del portone si apriva la porta a vetri dell’abitazione di Luigi Bertacchini (Bigioto) e quella della stalla del fratello Giovanni (Fiascù). Tutto intorno vigneti e piante da frutto. La località (e le proprietà) si estendevano lungo la statale fino a Novale con la casa medioevale di Giuseppe (Tapitì) e salivano sotto il Laghetto allargandosi sotto il cimitero per scendere fino alla casa Maffioli. Oggi la contrada è completamente stravolta, dell’antico casale è rimasta in piedi (ristrutturata dalla nipote) la casa di “Bigioto” e la stalla fienile del fratello, anch’essa ristrutturata.
Angelo

VIA NOVALE

Stretta dall’alveo del Garza che ne segna il tracciato, Via Novale cammina a sinistra e a destra della strada principale (oggi chiamata Via Nazionale). Inizia dove finisce la contrada del Passo, cioè dalla casa che fu di Francesco Pedrotti e che ha ospitato per tanti anni la Trattoria dell’Armonia.
Poco più in la, nel caseggiato dove è situata l’officina di Diego Giacomelli, sorgevano le stalle della famiglia Longhi con casa annessa costruita dall’impresa Giuseppe Pelicardi. Confinante con la proprietà Longhi, sempre sulla strada, c’era la fattoria dei “Matiecc”, De Giacomi Angelo.
La famiglia era composta da 7 persone: quattro fratelli di cui tre scapoli (Piero, Tino e Amadio) ed uno, Angelo (Cilì), sposato con Caterina Ghidini che aveva il ruolo di capo-famiglia, e due figlie, Agnese ed Ermelinda. È probabile che chi ha abitato la contrada quando la fattoria era attiva abbia bevuto il latte appena munto consegnato direttamente a casa dalla “Rina”.
A fianco della loro casa c’era un prato e uno stabile con un grande portone di legno che ospitava la “corriera” della SIA e costituiva la stazione di partenza e di arrivo; su questo edificio, negli anni 60, sarà edificato l’Albergo “Leone”. La sede storica dell’osteria, gestita da Bertacchini Angelo con la moglie Antonia Torcoli e i figli Franco e Nunzio, stava in quella parte di stabile che fa angolo a fianco del “Leone” dove abitò la famiglia Mori Ferdinando quando giunse a Caino. C’erano anche i giochi di bocce, come in tutte le osterie del tempo che, dopo essere stati abbandonati, hanno costituito deposito di calce viva dell’impresa Mori.
Il caseggiato è interrotto solo dall’accesso carraio che introduce ad un grande cortile. Da quel cortile accedono tutte le abitazioni interne: proprio di fronte al passo carraio la casa di Martinelli Bortolo, moglie Valeria e figli; sulla destra la casa di Maggiori Guido (Bagarì), Prandini Celestina e altre due famiglie De Giacomi. Quell’angolo di casa, con la piccola vetrina sulla strada, costituiva il negozio alimentari di Maggiori Guido gestito con la moglie Adele Nicolini. Sopra Guido abitava la famiglia Emer Mario con i figli Giuseppe, Dario, Elsa ed Enrico. In fondo al cortile, verso il “Leone” abitava la famiglia De Giacomi Giuseppe con i figli Virginia, Rosa, Fausta, Francesco (Cechi) ed Eligio. Erano gli anni del boom economico a Caino lavoravano nove cartiere con tre turni di lavoro (e Garza colorato) e a Odolo si erano sviluppate numerose ferriere. Erano dunque numerosi i camion “Stella” stracarichi di rottame di ferro che salendo per la contrada non ancora asfaltata diffondevano autentiche nuvole di polvere, con grande disappunto delle massaie. Trovarsi a incrociare quei mezzi non era per nulla piacevole.
A fronte del tracciato descritto, sul lato opposto della strada, solo le abitazioni che furono di De Giacomi Carlo e “Nina” Minetta e, a fianco, quella dove abitò Pietro Bertacchini (Pierì de la nèca) con la moglie Irma e i figli Francesco, Ernesto, Anita e Lisa (poi subentrarono De Giacomi Guido e Panizza Lucia). A fianco un “volto” introduceva, oltre alle abitazioni citate, alla casa medioevale di De Giacomi Giuseppe (Tapitì) e del fratello Angelo (Sgalmarina).
Continuando dal passo carraio si trovava l’abitazione di De Giacomi, Paolo (Maestadina) e la moglie Armanni Maria con i figli Tonèlo e Luigino, proprio di fronte all’antica fontana. Di fianco l’abitazione del fratello Antonio (Toni) padre di Fausto. Dietro, con accesso dalla via per la “Torre”, c’era l’abitazione della famiglia Bertacchini, la moglie Chiappa e le figlie Martina e Ambrogina.
Si giunge così alla “Torre”, antica trattoria con lo spiedo leonardesco sul fuoco a grande braciere (maza). La gestiva Bertacchini Angelo (Angilì dei Pasqui) con la moglie Lucia Emer; a loro subentrarono prima Francesco Giacomelli (Cichino) con la famiglia e poi Emer Dario con la moglie Carli Caterina. Sempre sulla via interna, sul lato destro, dopo i giochi di bocce, stalla e fienile di “Angilì” e a seguire lo stabile con le “pulissoie” di Bortolo Martinelli. A sinistra invece, prima di sboccare sulla statale, confinante con la Torre, ancora De Giacomi, questa volta i “Bète”, genitori di Paolo falegname e del cugino Giuseppe i quali avevano il loro laboratorio appena dentro il grande portone. Prima della curva a destra, la grande casa su tre piani della famiglia Bertacchini Ferrante. In fondo a Via Tolzana la casa padronale di altri De Giacomi: I Vitta e i “Camili”. Dopo la curva, sulla sinistra, c’era l’osteria Boifava Giuseppe papà di Clementina (mamma di Adele e Rita) e Angela sposata Lossi Pietro (papà di Paolo e Giuseppe). Dopo la guerra subentrò nella gestione Carlo Giacomelli con la moglie Rosa, i giochi di bocce erano sotto la strada. Dietro l’antica osteria c’era l’abitazione di Mantovani Pietro (Pì de Cloas) con la moglie Domenica (Minighina) e i figli Paolo e Gino.
Poco più avanti, dopo la fontana privata, c’era il caravan serraglio (i stai), luogo di sosta tra Brescia e la Valle Sabbia. Il rifugio per i cavalli era costituito da un lungo stabile che arrivava fino al ciglio del torrente proveniente da Pusigle. Al di là del torrente, dove la curva piega a sinistra, c’era una casa di proprietà Comini dove abitarono le famiglie Nicolini Carlo e Bettini Umberto. All’uscita della curva un vialetto conduceva alla stalla e all’abitazione di Francesco Pasinetti, mentre un accesso sul retro della casa Comini introduceva all’abitazione di un certo Facchi, addetto alla manutenzione delle strade.
All’infuori di quanto descritto, negli anni 50, in quella contrada non c’era nulla.  
  Angelo e Angela 

lunedì 18 marzo 2019

S. GIORGIO SCENDE … IN TEATRO


L’obbiettivo era quello di salvare un’opera d’arte e di culto e restituire, per quanto possibile, gli affreschi nel loro antico splendore alle future generazioni. I lavori sono terminati e l’obbiettivo pienamente raggiunto.
Per consentire a tutta la comunità di condividere il significato dei lavori di restauro degli affreschi del 1500 di cui si pregia il nostro eremo, sabato 6 aprile 2019 in teatro, viene proposta una serata appositamente dedicata, con la proiezione dei lavori nella loro evoluzione. Questo per consentire a tutti di poter apprezzare il prezioso valore artistico recuperato, il significato delle raffigurazioni e, nondimeno rivedere nella veste oggi rinnovata un luogo per qualcuno difficile da raggiungere. Come ideale simbolo di continuità col passato la serata vuole essere il culmine di un percorso di recupero iniziato nel 1978 con grande sforzo di una schiera di laboriosi compaesani, che hanno reso possibile il recupero dell’edificio ormai cadente e che oggi si completa col recupero degli affreschi, autentico tesoro artistico.
L’architetto Andrea Minessi, avvalendosi della restauratrice Emanuela Montagnoli, ha coordinato il lavoro di pulizia dell’esistente, restituendo nella sua autentica bellezza originale gli affreschi millecinquecenteschi.
La serata sarà occasione per un racconto-memoria di una località che per tanti anni è stata meta di pellegrinaggi dei cainesi che salivano numerosi a questo eremo per fede e per un festoso incontro conviviale e cercherà di ripercorrere, tra memoria e ricordi di chi c’era, una storia che vogliamo ricordare, perché ancora ci appartiene.
Per offrire un piccolo sostegno economico sarà allestito un banco dove si potranno acquistare delle ceramiche dedicate all’eremo realizzate dalla “Cooperativa Futura” di Nave su disegno dell’architetto e del vino di qualità con etichetta personalizzata prodotto nella cantina Clarabella di Iseo.
Dai volontari di San Giorgio

venerdì 22 febbraio 2019

LA STRADA INTERNA CHE PORTA AL PASSO ERA LA VIA DEI NEGOZI


 

Sotto il muretto che costeggia la provinciale, scorreva il torrente Re, al quale si recavano le donne per lavare i panni; provenendo dalla Madonna delle Fontane, si biforcava dietro l’attuale monumento dei caduti per dirigersi verso l’antico mulino. Risalendo dalla fontanella del "Passo", c’era la casa dei “Sechi” (Azzani Faustino) vicino alla quale la famiglia Benini (Nina con la gibbosi) macinava la farina. Al termine della salita la famiglia Borra Pietro (Fetzö) gestiva un forno e il vecchio negozio di alimentari. A seguire si affacciava sulla via un portone (proprio dove ora c’è l’Ufficio Postale) che conduceva al retrobottega di Ferrami Battista, meccanico e gestore delle pompe di benzina e miscela. Poi si affacciavano i gradini della merceria della “Caldi” (Serafina) gestita dalla Dina e Angelo Brozzoni. Divisa da una casa di abitazione la macelleria di Riccardo Azzani che serviva tutto il paese, con macello sul retro al quale si accedeva scendendo sotto il “volto” sulla curva. Seguiva il negozio alimentari di Primo Piscini con sottostante forno, seguito al banco dalla cordialità della Lina Senici. A fianco l’abitazione di Diodato Gnutti, alla quale si accedeva con qualche gradino dove spesso lui si metteva seduto a conversare coi passanti. La casa dove ora c’è la macelleria era di proprietà di Comini Paolo; lì veniva a soggiornare per tutta l’estate l’ing. Gino Casnighi. Sopra abitava Comini Colomba, sorella del proprietario. Poi il “volto” che portava alle abitazioni sottostanti, sulla destra (ora in rovina) abitò Terzio Bettini (poi la famiglia Mombelli), la famiglia Picchi (che perse la figlia Sabrina nell’alluvione del 1968) e la famiglia Piscini. Sulla sinistra si accedeva all’abitazione della famiglia Azzani Pietro, la famiglia Bertacchini Pierino, Benini Palma con Bettini Umberto (Gioanì) e le figlie Angela e Carmelita, la famiglia Maggiori Davide (Ferantì) e la famiglia Mora Pietro con i figli Teresina, Santina, Rosa, Luigi e Giovanni.

Angelo e Angela


(Rimaniamo in attesa di tutte le integrazioni o correzioni, che andremo volentieri ad aggiungere per la conservazione del ricordo storico di questa contrada)

domenica 15 luglio 2018

UN TESORO SU UNO SPERONE DI ROCCIA

Per un ulteriore approfondimento ho voluto interpellare i volontari che mi hanno girato delle informazioni ulteriori, molti le conosceranno già, altri le potranno gradire.

Ogni abitante di Caino lo sa, basta alzare lo sguardo per incrociare quello sperone roccioso che domina la valle principale del paese.
In un ideale percorso spirituale, perché no, anche un po’ penitenziale visto lo sforzo, si può percorrere attraverso un unico itinerario il pellegrinaggio di alcuni santuari del Paese: dopo la parrocchiale, S.Rocco, la Madonna delle Fontane, e in alto appunto S.Giorgio.
Lo sperone roccioso domina con il suo eremo, come una roccaforte a difesa della fede, la nostra piccola valle, intitolato appunto ad un santo guerriero, fin dal medioevo.
Le notizie più antiche ci riportano prima del 1300 d.C., quando il Papa, Nicola IV, concede un’indulgenza proprio a questo piccolo luogo di culto.
Ampliato successivamente in altri due momenti si presenta nella condizione attuale composto da chiesa a due campate, romitorio e locale su due livelli, di cui uno interno che funge da camera e un bivacco sempre aperto seminterrato accessibile dall’esterno (oggi ricovero per escursionisti).
Grazie alla fede della gente del paese ed in particolare ad un mecenate,che verrà anche ritratto, vennero commissionati degli affreschi che risalgono al primo ventennio del XVI secolo; realizzati in tempi diversi adornarono l’altare e l’arco santo di importanti immagini: gli emblemi degli evangelisti, alcuni santi protettori del tempo il culto dei quali era caro ai committenti, il Cristo deposto, una Madonna che allatta il Bambino venerata dal già menzionato mecenate, una classica Annunciazione ed il Cristo Pantocrator in mandorla.
I suddetti affreschi resistiti al tempo e all’incuria sono rimasti a monito di un gesto di fede e di sacrificio, che oggi difficilmente si potrebbe emulare, nonostante la custodia dei monaci Umiliati prima e di eremiti poi venne meno e il luogo fu addirittura sede di brigantaggio o ricovero di animali.
Il luogo si presenta oggi in condizioni assolutamente invidiabili, vista l’età e l’ubicazione non esattamente confortevole; ciò è stato reso possibile grazie alla cura instancabile del suo custode (Umberto Benini) e un folto gruppo di amici che negli anni hanno curato la sua manutenzione.
Il tetto venne ripristinato per salvare la struttura a rischio negli anni ’80 come testimonia un’epigrafe in marmo in marmo presso l’eremo, ma oggi la missione si è spinta oltre.
L’obbiettivo è diventato quello di salvare un’opera d’arte e di culto, restituire per quanto possibile gli affreschi, nel loro stato di conservazione, a quanti più posteri possibile. Grazie allo studio ed all’intervento di tecnici specializzati e ad un progetto verificato ed approvato dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Bergamo e Brescia si sta compiendo un importante intervento di restauro. Di pari passo si è creato un calendario di giornate di apertura dell’eremo per spiegare e valorizzare i lavori ed il loro stato di avanzamento.
Sulla pagina facebook “eremo di S,Giorgio” è possibile recuperare altre informazioni utili o eventuali contatti. Vi aspettiamo per condividere con voi la bellezza del luogo e l’atmosfera che ivi regna inalterata nel tempo.

A nome dei volontari di S.Giorgio

sabato 26 dicembre 2015

IL SENTIERO DEI PAPI



Su un sentiero ben tracciato, dei volontari hanno deposto un certo numero di lastre di marmo recanti ognuna una frase pronunciata da ognuno dei tre Papi saliti agli onori degli altari.
Questo sentiero consente di percorrere a mezza costa un lungo tratto a nord del paese partendo dalla località "San Cap", raggiungendo prima la chiesa di S. Rocco  e poi quella della Madonna delle Fontane, sempre con lo splendido panorama del paese sottostante e delle montagne che gli fanno corona. Volendo si potrebbe proseguire prendendo il sentiero alla sinistra del cancello, al di là del torrente leggermente in salita, non quello basso che porta in una proprietà privata, salire su fino ai tralicci e poi "spianare" fino alla "Piasa dei Termegn" fino a raggiungere località Merolta. Da lì si può scendere in paese sulla strada asfaltata che costeggia rio Merolta o proseguire per S. Antonio passando da "Ca de la ruèr".
Il primo tratto è adatto a tutti, il secondo a quelli con un po'di "gamba". Con un minimo sforzo si possono apprezzare le bellezze naturali di Caino, molte delle quali sono ancora nascoste ma che, si spera, vengano fatte presto conoscere.

martedì 28 luglio 2015

IL PAESELLO E' CRESCIUTO


Ci sono già le scuole elementari nuove e il Villaggio San Giuseppe, ma è del tutto evidente che la vita rurale ha ceduto da poco il passo a quella industriale.
Lo denotano, particolarmente, le montagne tenute pulite dagli animali al pascolo o mantenute tagliate dai proprietari del bosco. Infatti il panorama che si vedeva allora è impossibile vederlo oggi. La stessa valle è stata riempita di abitazioni e S. Rocco è coperto dalle piante. Nel frattempo le numerose cartiere (9) hanno chiuso i battenti costringendo la manodopera a cercare il sostentamento altrove.
Solo un’attività industriale riuscirà a svilupparsi resistendo a tutte le trasformazioni industriali: la IBO di Giovanni Pedrotti, nipote di quei Pedrotti che da Odolo portarono nel 1912 le nuove fucine a Caino utilizzando il torrente Garza come forza motrice.
La vendita dei terreni, resi nel frattempo non più agricoli ma fabbricabili, ha consentito un’evoluzione demografica che ha fatto superare i 2000 abitanti.

Tutto sommato è stata una crescita positiva che ha portato benessere elevando la qualità della vita.

domenica 17 agosto 2014

NON E' UN BEL VEDERE

Se è vero che la partecipazione c’è quando la discussione non è fatta solo nelle stanze del “potere” ma cerca di coinvolgere gli abitantI di un paese, è il caso di dire che sarebbe utile non dimenticare di farlo veramente occupandosi anche della nostra “piazza” e sue adiacenze. Circa l’allargamento abbiamo perso troppi “treni” e vedo difficile recuperare (se non marginalmente), ma almeno la scalinata dovrebbe essere sistemata per ritornare ad essere una “bellezza” per tutti.
Anche la casa sul torrente, crollata in buona parte, non è un bel vedere, ed è pure pericolosa per la contrada.
Gli amministratori continuano a ritenere che gli unici ragionamenti utili siano quelli istituzionali? Esiste anche la “Consulta” che è il raggruppamento di tutte le associazioni di Caino e che potrebbero essere ascoltate prima di decidere sulle cose più importanti.

venerdì 4 aprile 2014

IL PRIMO MUNICIPIO


Il vecchio municipio, prima della guerra 1915, e fino allo scioglimento del Comune del 1928, era l’attuale casa Borra in Piazza.
Si entrava da un portoncino e in cima a una rampa di scale si apriva una grande stanza e un pezzo di loggia.
 Caino e la sua storia – pag. 271

domenica 2 marzo 2014

IL ROCCOLO

La pratica dell’uccellagione risale, secondo documenti storici, al 1400 e gli aristocratici prima, la borghesia dopo, hanno sempre ritenuto un privilegio l’avere un roccolo. Anche Giuseppe Zanardelli, statista bresciano, rimarcava la grande importanza dell’industria delle reti sia da pesca che per l’uccellagione. Allora si gioiva del benessere che questa tipologia di caccia portava alla popolazione, sulla tavola e nell’industria tipica. Non ha visto alcuna riduzione delle specie volatili fino all’avvento dei pesticidi e sulle tavole di tante famiglie bresciane e bergamasche ha prevalso questo cibo a buon mercato e tanto … succulento.
Il roccolo veniva costruito sui pendii, affinchè i volatili, spaventati dallo “spauracchio” e dal fischio che simulava il verso del falco, potessero precipitarsi il più basso possibile per salvarsi dal predatore e finire nella rete. La rete di cattura stava in mezzo ad altre due più robuste e di maglia larga, ben tese lungo il perimetro. Veniva costruito a ferro di cavallo con un diametro di 20-30 metri con il “casello” al centro che fungeva di cabina di regia.
La mia generazione ha conosciuto due roccoli nel circondario del paese che ormai non esistono più: quello del “Viglio” sulle colline in fondo a Val Bertone e “Baglioni” salendo da S. Eusebio verso la Corna Lunga. Nel primo si trovavano i richiami di tutte le specie cacciabili; nel secondo prevalentemente tordi, merli e cesene. Prelevati dalle gabbie venivano inserite nelle calze di nylon che ci portavamo appresso e che permettevano agli uccelli di respirare durante il tragitto.

mercoledì 19 febbraio 2014

1956: CAINO RITORNA AD ESSERE COMUNE


La casa Loda fu la nuova sede municipale, sindaco Bertacchini Abramo.
Tra le prime attività svolte a livello comunale subito apprezzate dalla popolazione risulta essere la registrazione anagrafica che non obbligava più i cainesi a recarsi a Nave.
Il primo cittadino iscritto all’anagrafe del ricostituito Comune di Caino il 28 marzo 1956 dal primo ufficiale di Stato Civile (Emer Attilio) è stato Mora Amerio.
L’ultimo ad essere stato registrato a Caino prima della soppressione del nostro comune è stato Longhi Giuseppa Angela, il 29 gennaio 1928.