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Come
leggi l’attuale situazione della chiesa italiana e dei giovani?
Sono in
Italia da 12 anni. Nelle parrocchie la maggior parte delle persone sono
anziane. C’è un gran parlare di ministerialità, di sinodalità ma non è che veda
grandi cambiamenti dal punto di vista dell’agire. Ci sono troppi preti e
cristiani che rimangono in silenzio, anche di fronte a eventi illegali – dal punto
di vista del diritto internazionale – come quelli della recente guerra nella
penisola araba. C’è un po’ un ritorno a trappole liturgiche, a ritualità vuote
e sembra ci sia paura nell’aiutare le comunità cristiane a prendere coscienza,
a divenire spirito critico nella società. Riguardo ai giovani, l’impressione
che ho è che non sappiamo intercettare i loro desideri autentici: noi riteniamo
di sapere cosa dare, in modo un po’ supponente, ma non siamo in grado di
ascoltare e provocare le domande. C’è tantissima sensibilità da parte dei
giovani, ma bisogna saper creare un’armonia tra l’esperienza di Fede e l’esperienza
di impegno sociale, che non sono mai disgiunte. Come chiesa, forse, abbiamo
commesso questo errore: abbiamo dato per scontato il nostro essere cristiani ma
il cammino di evangelizzazione è quotidiano. Papa Francesco scriveva che “dobbiamo
essere un pastore che sta davanti al gregge, che sa stare in mezzo e sa stare
anche dietro il gregge”, saper guidare, lasciarsi guidare e stare con gli
ultimi.
A cura di
Roberto Radice 5 marzo 2026 – Mondo Aperto – Periodico Missionari Comboniani