giovedì 8 febbraio 2018

PROGETTO “BŐTA VIÀ NIÈNT”

LUMACA O LEPRE?
Parrebbe di ragionare di “lana caprina” chiedendoci se un progetto, che ha l’unico scopo di conservare i ricordi del passato, debba essere agevolato o meno nella comunità in cui si sviluppa. La risposta non è scontata. Spesso e volentieri le rivalità, i rancori, le delusioni, la superbia l’invidia e l’indifferenza rendono “lumaca” un’iniziativa che dovrebbe allargarsi a macchia d’olio.
A dimostrarlo, in questo caso, è la partecipazione preponderante di amici e parenti rispetto al risibile numero degli altri. Nessuna sorpresa dunque. L’importante è crederci e perseverare senza mai arrendersi. Nessuno tra quelli che hanno iniziato quest’impresa vedranno la realizzazione di un’esposizione completa del vissuto, legato ad una determinata epoca. Proprio per questo si dovrebbe leggere nel loro impegno il desiderio di non disperdere i ricordi del passato invece che vedere un qualche interesse di parte.

Il mondo è fatto così: quelli che non la pensano come me … aspettano. Peccato che, nel frattempo, si sciupino occasioni per collaborare e costruire insieme. Se non si possiede l’orgoglio per difendere e valorizzare le qualità del proprio paesello, non ci si può aspettare che questo semplice progetto, ma anche altre iniziative da chiunque proposte, possano correre come “lepri”.

mercoledì 7 febbraio 2018

LA PROCESSIONE DEL CORPUS DOMINI

Una delle tradizioni più belle ed antiche del paese era la processione del Corpus Domini. In anni passati la processione di Caino era molto famosa nei dintorni e molti accorrevano da Nave, da Cortine o da paesi più lontani per assistervi. Era nota quasi come quella di Rezzato, che sembra fosse qualcosa di straordinario.
La festa del Corpus Domini era di solito posticipata dall’ottava di Pasqua alla quarta domenica di luglio. Questo per permettere alla gente di accudire al fieno, ai bachi da seta, al lavoro nei campi. Anche le feste religiose erano scandite al ritmo delle attività agricole.
Già qualche giorno prima, il paese era tutto un fervore di preparativi. Le donne preparavano le lenzuola, quelle buone, che per tutto l’anno erano rimaste nel cassettone; le tovaglie col pizzo; i merletti, ricordi di vecchie mani abili e solerti o si affrettavano a terminare i ricami che pazientemente avevano intessuto per tante lunghe sere d’inverno accanto al fuoco. Gli uomini tagliavano le pertiche e i legni necessari per tendere e sostenere i festoni o per l’occasione davano una rinfrescata al muro di casa. Ogni contrada andava a gara con altre nel preparare gli addobbi più belli e sfarzosi.
La ricorrenza era molto sentita e partecipata nel suo aspetto religioso, ma al di là di questo c’era anche la gioia del ritrovarsi, del lavorare insieme: era un’occasione di festa e di folclore.
Quando i preparativi volgevano al termine, occhi esperti studiavano da vari punti strategici l’effetto globale e suggerivano gli opportuni aggiustamenti. Alla fine, il percorso della processione era un fiore unico, un arabesco continuo di ricami in un’esplosione di colori.
Il sacro corteo non era meno fastoso e meno ricco di colore. In testa c’era il grande bandierone rosso che veniva tolto dal suo ripostiglio la notte del sabato santo. Al Gloria, quando le campane e i campanelli suonavano per manifestare la gioia della Risurrezione e veniva fatto scivolare il tendone che nascondeva la pala dell’altar maggiore, il bandierone rosso veniva issato sull’organo. Seguivano poi, secondo un ordine preciso e dettato da un cerimoniale antico, i vari gruppi parrocchiali: la Compagnia di S. Luigi con lo stendardo grande, l’Oratorio femminile, le Madri Cristiane, gli uomini con le loro bandiere. C’erano anche quadri viventi di S. Agnese, S. Lucia, rappresentati da ragazze e giovani in costume. La scelta di questi santi non era sempre facile ne immune da piccole gelosie nei confronti dei prescelti. Il punto focale restava sempre e comunque il grande baldacchino, sotto il quale il prezioso ostensorio d’oro custodiva il Santissimo.
In ogni contrada c’era un altare dove si sostava brevemente per benedire le case e la campagna.
La processione partiva dalla parrocchiale subito dopo la Messa cantata, saliva la ripida stradina che dal ponte del “Folletto” porta a Villa Mattina e percorreva poi quella che oggi è Via Don Gino Pirlo fino a Villa Sera. Una volta non c’era che un viottolo in mezzo ai campi. Per l’occasione le siepi che potevano ostacolare la marcia venivano sfrondate e le buche più profonde colmate; questo viottolo era chiamato: “la via del Signur”. Da Villa Sera scendeva alla Statale, la risaliva fino alla Piazza, dove attraverso la scalinata tornava alla chiesa. Ndr: il baldacchino era preceduto dalla “raggiera” e accompagnato da quattro grandi torce laterali e quattro paggi.

(Leggende e storie di Caino a cura della Biblioteca comunale -settembre 1979)

venerdì 2 febbraio 2018

CHE PENSA DIO DI ME?

Ho appena finito di leggere “Silenzio” di Shusaku Endo confesso di essermi trovato profondamente imbarazzato e scosso dalle provocanti sottolineature del libro.
Si parla di un “gesuita” che per conoscere la verità sul suo “maestro” accusato di apostasia, decide di recarsi con un compagno nel Giappone del 1645, in piena persecuzione dei cristiani.

Questo testo interroga tutti noi occidentali fortunati che guardiamo alle vicende dei cristiani perseguitati, praticamente vicinissimi alle porte dell’Europa del benessere.
Essere credenti a parole non è come esserlo nei fatti. Le estreme conseguenze di una fede vissuta e rivendicata davanti a tutti, già nei nostri paesi liberi sono marcate da atti discriminatori o coercitivi, figuriamoci nelle nazioni fanatiche e radicalizzate.
Eppure d’innanzi alla più feroce persecuzione dei cristiani che si ricordi, con centinaia di migliaia di morti per opera di regimi prevalentemente islamici, si continua ad ostentare una tranquillità e una distanza indegna per un continente civile come l’Europa. Mi sorge un dubbio: col mio silenzio non divento anch’io persecutore?

I cristiani di oggi cercano prima di tutto il loro benessere, poi, in qualche momento di difficoltà, si ricordano di essere figli di Dio. “Non sono tutti così” mi sembra di sentire obiettare. Certo che no! Sarebbero finiti i Santi e le ancora tante persone di Dio. Però è vero o non è vero che dopo la Cresima o l’ultimo Sacramento del percorso dottrinale, con tutta naturalezza la maggior parte non partecipa alla Messa o vi partecipa quando ne ha voglia?
Senza voler insegnare niente a nessuno, basandomi esclusivamente su me stesso, mi sembra che ci sia stato un corto-circuito proprio nell’insegnamento della Dottrina e nella coerenza nel viverla. L’esigenza di amore che ognuno porta con se, nella gran parte dei casi, non è soddisfatta proprio dalla gente che fa parte della Chiesa locale. Quanti di noi incontrando una persona si interrogano su come si può sentire in quel momento o se può aver bisogno di qualcosa? Ma senza questa immedesimazione non si può parlare d’amore e non si costruisce ne la Chiesa ne una comunità.

Mi sono molto interrogato sul perché Padre Pio da Pietrelcina con le sue Messe da due ore e Confessioni drammatiche riuscisse a tenere in chiesa una gran massa di persone, mai mancata fino alla sua morte. La risposta, a mio parere, può essere una sola: nella Confessione, nella predicazione, nella coerenza della sua vita nella Fede è stato un faro per tutti quelli che l’hanno conosciuto che per questo si sentivano compresi, aiutati e sostenuti. Due ore di Messa o essere considerati sacrileghi non disarmava quelle persone affamate di Dio.

Questo succede ai nostri giorni? Mi auguro che in qualche chiesa succeda, ma nessuna che io conosca. So che tanti vorrebbero Papa Francesco come parroco e che tanti invocano le incombenze che lui non ha come giustificazione all’inefficienza pastorale e al continuo svuotamento delle chiese. Mi chiedo anche: perché le Chiese perseguitate presentano cristiani vibranti e pronti alla morte per Cristo? Accostati a loro, tanti di noi, per la nostra scarsa fede, assomigliamo a dei miscredenti. Mi si permetta un paragone irriverente: l’opulenza ha generato gli obesi ma per diventare modelli bisogna avere la volontà di dimagrire. Anche per essere cristiani bisogna volerlo e nessuna scorciatoia o ambiguità nell’applicazione delle regole morali riempirà i luoghi di culto, bensì la proclamazione della Parola da parte del sacerdote con fermo entusiasmo, accompagnato dalla sua amorevole presenza nelle case delle sue pecorelle.

Un parroco dovrebbe conoscere la situazione personale di ogni persona della sua comunità per poter svolgere il suo apostolato e cementare la fede di chi crede e per avere dei testimoni pronti a tutto. 

Quanti di noi sarebbero disposti ad andare in prigione (se non peggio) pur di non rinnegare la Trinità? Quanti di noi mancando il sacerdote saprebbero radunare la comunità in preghiera? 
Quando la Parola genera amore fraterno, la certezza dell’immortalità aumenta e si sostiene, cementando dei cristiani con la “C” maiuscola. E' allora che lo Spirito entra in ognuno di loro.

mercoledì 27 dicembre 2017

“FALSO RISPETTO…”

Per i cristiani una lezione dal Papa da non dimenticare. Il buonismo di chi non si ribella all'ateismo imperante che vuole togliere ogni segno della cristianità giustificandolo come rispetto delle altrui credenze, porta con se tutta la responsabilità per un dovere non compiuto. Il cristiano ha infatti il dovere di attestare il suo “credo” e di essere credibile e coerente, ma ha anche quello di difendere i segni e i simboli della propria fede senza i quali non c’è più nemmeno la Festa: il Natale o la Pasqua senza Cristo è un giorno lavorativo qualsiasi della settimana. Potremmo anche arrivarci un giorno, ma almeno non sia per demerito dei cristiani.

giovedì 23 novembre 2017

NON FACCIAMO LE CORNA - Riflessioni

La morte è un argomento che, al solo accenno, a un buon numero di persone fa muovere automaticamente la mano in segno di scongiuro, anche se il parlarne non ha mai abbreviato la vita a nessuno.
Se ne dovrebbe parlare sin dalla prima infanzia, perché i bambini costruiscono con logica i loro ragionamento, meglio di noi adulti. Il tenerli lontano dalla morte dei nostri parenti non li aiuta a crescere nella consapevolezza che la nostra vita ha un limite.
Sin dalla nascita siamo educati e cresciamo come se la nostra vita avesse durata illimitata. Questo “peccato originale”, rubandoci la consapevolezza del tempo limitato di cui disponiamo, inquina i nostri rapporti umani togliendoci gran parte della gioia e serenità che ci sarebbe toccata.
Sappiamo tutti che non è facile immergerci ogni momento nella consapevolezza della nostra caducità. Non è facile per uno che crede in Dio e non lo è per chi non crede a nulla.
Per il credente il trapasso dovrebbe essere un fatto del tutto naturale, la realizzazione di un atto di fede.
Per una tipologia di non credente (positivo) basta un comportamento corretto e onesto con le persone per la miglior convivenza possibile su questa terra; per un’altra (negativo) è lo sfruttare tutte le occasioni piacevoli che si presentano perché con la morte si esauriscono tutte le possibilità.
In ogni caso per essere sempre pronti “con la valigia in mano” dovremmo essere Santi. E non è un’ affermazione di scoraggiamento o di impotenza bensì la presa di coscienza di essere imperfetti e di aver bisogno, i credenti, della misericordia di Dio per poter guadagnare la vita eterna, un equilibrio psico-fisico basato su ciò che è bene e ciò che è male, per i non credenti.
I non credenti (positivi) potrebbero dire: io sono onesto e vivo d’amore e d’accordo con tutti e faccio una vita serena fino alla fine dei miei giorni: il dopo non mi riguarda. Sappiamo però che nessuno è capace di non compromettere mai alcuna relazione per tutta la vita; e poi, quando è il momento, davanti al nulla, è così tranquillo il passaggio?
Lo strappo del distacco da questo mondo genera un sentimento di paura dell’ignoto, un sentimento umano che attesta la nostra fragilità: per mancanza di fede o perché la presunta razionalità non è in grado di spiegare questo mistero.
Solo una grande fede può alleviare il passaggio alla vita eterna. “Io invidio voi che credete nell’aldilà perché avete una speranza che io non ho” ebbe a dirmi un’amica un po’ di tempo fa. Questa è ciò che differenzia i credenti dai non credenti: la speranza che, sostenuta dalla fede, ci concede di prepararci, con trepidazione si, ma con la sicurezza sul nostro futuro. Tutto questo sarebbe automatico se fossimo davvero seguaci di Cristo; ma siccome siamo lontani dall'essere “trafitti” dalla sua passione, abbiamo paura della morte e continueremo ad averne fino a quando avremo accettato di averla a fianco sul cammino della nostra vita.
Infatti “prima di essere credenti dobbiamo essere credibili” ci diceva P. Abramo agli esercizi spirituali, e per essere credibili bisogna essere esemplari col proprio comportamento quotidiano.

Se la morte ci accompagnasse come un Angelo custode potremmo anche scherzarci insieme e, come nella barzelletta, dirle: “Diga al Signur che ta met mia troat”. Potremmo scoprire che a non demonizzarla riusciamo a campare di più.

lunedì 20 novembre 2017

L'ITALIA UNA FAMIGLIA

Vorrei che l’Italia fosse come una famiglia.
Flessibile nel chiedere soldi in base alle necessità, e in base al reddito “famigliare”.
Più determinata a difendere il cittadino disponendo di adeguate risorse, umane e tecniche.
Più determinata ad individuare coloro che le tasse non le vogliono pagare.
Più determinata a difendere la famiglia.
Più determinata e più celere nell’affermare la giustizia.
Più determinata ad espellere dal proprio territorio tutti gli stranieri che costituiscono un pericolo per la collettività o che palesemente non ne accettano le regole.
Più determinata a procedere sulla via della ricerca, consapevoli che è la sola nostra arma vincente per la nascita di nuove imprese.
Più determinata nel conservare e mettere a disposizione il grande patrimonio museale e turistico che possediamo favorendo la nascita di infrastrutture a sostegno che favoriscano l’afflusso turistico.
Più determinata a difendere gli anziani con servizi adeguati all’allungamento della vita, specialmente da parte del SSN.
Più determinata a difendere le pensioni di chi ha lavorato rispetto a quelle di chi non lo ha fatto o non ha versato contributi, naturalmente salvaguardando la dignità di ognuno.
Favorire il lavoro dei giovani incentivando le imprese all’assunzione degli studenti meritevoli nelle scuole.


Con queste caratteristiche penso che peserebbe meno pagare le imposte.

giovedì 9 novembre 2017

4 NOVEMBRE PER CHI?


Ogni anno lo stesso copione! Su tutte le piazze d’Italia si commemorano i caduti di tutte le guerre (è già un miracolo di questi tempi), ma quale strazio nelle solite parole d’occasione pronunciate davanti ad una platea striminzita e fredda.
A Caino sono bastate due gocce di pioggia per ridurre i partecipanti a un numero insufficiente a fare degna corona. Per fortuna, come testimonianza militare c’era un nutrito gruppo di alpini e qualche fante. Che tristezza! Come siamo lontani dal condividere il sacrificio dei morti che ogni anno leggiamo sul monumento. Come siamo lontani dal sacrificio delle mamme e nonne che salivano in ginocchio al santuario della “Madonna delle Fontane” per implorare l’incolumità dei loro congiunti. Come siamo lontani in coerenza nel parlare di pace dimenticando quello che costa in vite umane e distruzione la guerra, assentandoci nel momento del ricordo. Come siamo lontani (e incoerenti ancora una volta) allontanando i bambini delle scuole, salvo pochissime eccezioni, dal monumento dei caduti; facciamo visitare le fattorie, amare gli uccellini e i cani ma al monumento dei caduti non facciamo portare un fiore durante l’anno scolastico. Come siamo lontani perfino dai nostri avi se dimentichiamo che, se anche non compaiono nella lista dei caduti (grazie al Cielo), hanno combattuto per difendere la nostra Patria. Come siamo lontani dall’avere piena consapevolezza di avere una Patria comune da difendere dalle ostilità che provengono da ogni parte, pur rimanendo aperti alla collaborazione con il mondo intero per il bene dell’umanità.

Solo l’esempio e la convinzione nel ritenere che celebrare i caduti non significa solo ricordare dei morti, ma ritrovarsi per mantenere viva la fiaccola per una Patria libera, giusta e solidale (ancora lungi dal realizzarsi), può contagiare questa società portandola all’autocelebrazione, cioè una festa propria, una festa per ognuno di noi. A Caino con un po’ di buona volontà si può.